Battaglia del Tauria
Informazioni
Campo Valore Guerra Invasione dell’Orda Luogo Valle stretta ai piedi delle montagne, lungo il Fiume Tauria, nel Nord di Valdoran Stagione Primavera, durante il disgelo Belligeranti Esercito di Valdoran contro l’Orda Comandanti Severian Corvus, Varro, Valeri Caelnius / Thyrrus Forze del Nord Quasi quattromila uomini Forze dell’Orda Migliaia di guerrieri, con ciclopi, satiri, minotauri e mammut Prima apparizione L’età dei regni
La Battaglia del Tauria è lo scontro combattuto in primavera, lungo il Fiume Tauria gonfio di piogge e di disgelo, tra l’Esercito di Valdoran del Re Severian Corvus e l’Orda scesa dal Barbaricum guidata dallo sciamano Thyrrus. Per mesi il Nord aveva inseguito bande troppo rapide per essere raggiunte; sul Tauria trovò finalmente l’Orda riunita, ed era la battaglia vera che i suoi Duci aspettavano.
Io la vidi da un’altura. Quello che accadde, e quello che se ne dice, sta qui sotto.
Eventi nella saga
L’età dei regni
Antefatti. Da quasi quattro mesi l’Orda razzia Valdoran e si sottrae alla battaglia. Al concilio di Aeterna nessuno manda aiuti; Titus scrive soltanto che Valdoran mantenga la posizione, perché il Nord è lo scudo del Continente e uno scudo non arretra. Al grande castrum eretto tra le montagne e il fiume i Duci rinnovano il giuramento al Re; Valeri, che ha portato trecentododici uomini invece di cinquecento, riceve come punizione il fianco destro dell’avanguardia, il più vicino al fiume. Poi gli esploratori tornano tutti con la stessa notizia: le colonne di razziatori venute da Nord, da Est e dalle vallate oltre il Limes stanno convergendo in un solo punto lungo il Tauria. Non fuggono più, si radunano.
Il campo. Lasciato un manipolo a difesa del castrum e della strada militare, Severian marcia per due giorni. L’Orda occupa una valle stretta ai piedi delle montagne, chiusa a Nord da pareti di roccia, aperta a Sud su un terreno ondulato verso Valdoran; alle sue spalle il Tauria scorre in curva, scuro, trascinando tronchi e carcasse. A Ovest un pendio sale verso un passo montano, ancora praticabile. Valeri, dall’alto di un crinale, conta i fuochi e perde il conto: l’accampamento nemico ha tribù separate da spazi precisi, carri in linee difensive, vedette e pattuglie; dietro i guerrieri ci sono donne, bambini, vecchi, mandrie. Non è un’invasione, è una migrazione armata. Il Nord, a Sud della valle, conta quasi quattromila uomini, molti con gli abiti da lavoro sotto l’equipaggiamento.
Il consiglio. Varro chiede di aspettare un giorno il ritorno delle colonne in esplorazione, quasi mille uomini tra arcieri, cavalieri e fanti. Severian rifiuta: l’Orda potrebbe ricevere rinforzi dal passo o sparire tra le montagne, non c’è un altro inverno da spendere e intanto Caldor marcia verso le vallate meridionali lasciate indifese. Bisogna distruggere l’Orda lì, in fretta, spezzarne il centro e spingerla nel fiume.
«Domani non combatteremo per il Continente.»
Si combatterà per Valdoran. Cinquanta spade escono per metà dai foderi e vi rientrano insieme.
Gli schieramenti. All’alba, sotto la pioggia, Severian dispone l’esercito secondo la tradizione imperiale: tre grandi corpi di fanteria separati da intervalli stretti, otto file ciascuno, con scudi ovali e lance lunghe davanti; arcieri, frombolieri e giavellottisti avanti alla linea; carrobaliste e scorpioni smontati dai carri nella seconda linea, su piattaforme che affondano nel fango; la cavalleria sulle ali; dietro il centro le ultime riserve e due piccoli reparti di cavalieri corazzati. Il Re tiene il centro, davanti ai ciclopi. Varro comanda l’ala sinistra, verso il pendio, davanti ai satiri, con la cavalleria trattenuta: «Se scappano troppo facilmente, vogliono che li seguiamo». Valeri tiene la destra, verso il fiume, con sei carrobaliste, una parte dei giavellottisti e i suoi trecento, davanti ai mammut.
L’ambasceria. Dalla linea barbara esce un gruppo sotto un vessillo di ossa sbiancate. Lo guida Thyrrus, un satiro alto quasi quanto un cavallo, con le corna ornate d’oro grezzo e una voce che parla la lingua del Continente senza esitazioni; conosce per nome Severian e Varro. Severian gli offre un passaggio sicuro oltre le montagne. Thyrrus indica la valle:
«Questa non è una trappola.»
È un altare, dice. I loro uomini moriranno perché i loro padri hanno costruito un mondo che non può più esistere.
L’avanzata. Poco prima di mezzogiorno l’Orda avanza, contro ogni attesa, lenta e ordinata: guerrieri umani in masse larghe, schermagliatori davanti, ciclopi separati gli uni dagli altri, mammut nascosti dietro le colonne, corni e tamburi che passano segnali da un settore all’altro. Gli schermagliatori del Nord tirano e si ritirano attraverso gli intervalli; un ragazzo caduto resta fuori dal muro degli scudi, e nessuno può abbassarsi a prenderlo.
La pioggia si ferma. Poi la pioggia cessa, di colpo. I tamburi battono tre colpi e l’Orda carica. Le carrobaliste di Valeri abbattono un mammut, ma i ciclopi, che sembravano diretti al centro, deviano in diagonale verso la sua linea, lasciata meno profonda per far tirare le macchine, mentre i mammut piegano verso il centro di Severian, serrato in profondità per trattenere i giganti: una massa perfetta da schiacciare. L’Orda ha osservato, ha atteso e ha trasformato le difese del Nord in debolezze. La staffetta che Valeri manda al Re muore dopo cinquanta passi.
Il crollo. Al centro i mammut deformano la linea; uomini muoiono calpestati dai compagni o in piedi, compressi fra due file. La carcassa di una bestia spacca il centro in due e la battaglia perde ogni forma. A sinistra i satiri tengono fermo Varro con finte ritirate finché i minotauri, scesi da canaloni che gli esploratori non avevano visto, non gli piombano sul fianco. Varro si getta nella seconda fila e uccide un minotauro, ma un’ascia lo colpisce sopra l’orecchio. L’ala sinistra crolla con lui; a destra Valeri, a piedi, senza scudo, abbatte un ciclope con sei uomini e vede che la linea del Re non esiste più.
Il cerchio e la resa. Invece di fuggire a Sud, Valeri raduna i superstiti in un cerchio, feriti e arcieri al centro, scudi all’esterno, e spinge verso il centro. Mentre avanzano la pioggia ricomincia. Trova Severian vivo con meno di cento uomini attorno all’insegna reale spezzata e lo trascina dentro. Poi i corni dell’Orda cambiano suono e attorno al cerchio si apre uno spazio. Thyrrus avanza tra i cadaveri, chiama Severian «Re senza esercito e custode di un confine che non esiste più», e quando il Re lo carica lo scaglia a terra con un gesto del bastone. Offre la vita a chi depone le armi, anche ai fuggiaschi e al Re. Severian ordina di morire da uomini liberi. Valeri guarda i suoi ragazzi coperti di sangue e lascia cadere la spada:
«Perdonatemi, mio Re.»
Il centurione al suo fianco getta la propria, poi gli altri. Severian grida il nome di Valeri. Thyrrus dice al giovane Duce che suo padre avrebbe fatto lo stesso, e che conosceva Decimus meglio di quanto lui immagini.
Che cosa vidi. Ero su un’altura, nascosto tra rocce e cespugli con due pastori e un vecchio soldato fuggito dal castrum durante la notte, che riconosceva le insegne dei reparti e stringeva i denti ogni volta che una spariva. Non vinse la furia cieca: vinsero l’intelligenza, la pazienza e la tattica, ma quelle dei barbari. I corni dell’Orda davano ordini diversi, uno per far avanzare le bestie, uno per aprire passaggi, uno per fermare reparti già lanciati, e comunicavano nel frastuono meglio di quanto i nostri Duci riuscissero a fare con staffette, vessilli e trombe. Varro, quel vecchio bastardo, ebbe paura e rimase al suo posto. Della resa molti diranno che fu tradimento; io dico che Valeri ha fatto bene. Le cronache scriveranno che il Re desiderava una fine degna e che il giovane Duce gliela sottrasse; non scriveranno dei feriti che sarebbero stati sgozzati con lui.
Conseguenze. Dopo la resa i barbari legano i feriti che possono camminare, raccolgono spade e corazze e tagliano le insegne dai corpi degli ufficiali, come lavoratori alla fine di una lunga giornata. Pochi giorni dopo i morti sono ancora nella valle, gonfi, e i corvi non vengono scacciati. Quasi duemila superstiti, compresi i reparti arresi vedendo crollare il centro, stanno nelle gabbie dell’Orda; Severian, in una gabbia a parte, ha un occhio chiuso dal livido e il torace fasciato. Quasi mille uomini delle colonne di esplorazione e delle riserve restano dispersi nelle valli laterali. Dai passi del Limes scendono ogni giorno nuovi popoli. Nel Sud la notizia corre più veloce dei messaggeri: il Muro del Continente è crollato, Severian è dato per morto, le guarnigioni abbandonano i forti, Titus lascia cadere in una scatola il segnalino nero a forma di torre che sulla sua mappa rappresentava Valdoran e Marcellus occupa le valli meridionali annunciando che il Re è caduto. Lungo il Tauria, ho scritto allora, secoli di superiorità sono morti sotto le mazze dei ciclopi.
