Orda
Informazioni
Orda è il nome con cui il Continente chiama le genti del Barbaricum che, nell’inverno in cui la tormenta seppellì il Grande Limes Settentrionale sotto cinque metri di neve, passarono il confine camminando sopra le nostre fortificazioni come su una strada lastricata. Nella bocca di un Duce di Valdoran la parola vuol dire una sola cosa: una massa di bestie urlanti senza capo né disciplina, buona da spingere contro un fiume. Ci abbiamo creduto per secoli. Era comodo.
L’Orda di quell’inverno, però, non si comporta come le razzie di sempre. È più numerosa e meglio organizzata di qualunque altra si ricordi; per quasi quattro mesi saccheggia le campagne del Nord e si sottrae a ogni tentativo di costringerla a una battaglia decisiva. Evita i passi più prevedibili, attraversa sentieri che i nostri credevano impraticabili, colpisce i presidi più deboli, distrugge i ponti alle spalle delle pattuglie e si ritira prima che si possano radunare abbastanza uomini. Il vecchio Varro, che di barbari ne aveva ammazzati più di chiunque altro, lo disse al suo Re con una frase che non gli avevo mai sentito: per la prima volta in vita sua aveva paura di loro.
Origini
Da dove venga esattamente, nessuno nel Continente lo sa: le nostre mappe, a Nord, finiscono in una macchia grigia di montagne disegnate a caso. Si sa che è scesa dalle foreste oltre il Limes e che, strada facendo, ha raccolto molti schiavi originari del Nord fuggiti dai loro padroni di Valdoran. Alcuni di loro avevano servito nei nostri eserciti come ausiliari: conoscono le strade, i villaggi, le posizioni dei presidi e il nostro modo di muoverci. È anche per questo che i rapporti dei Duci parlano di un nemico che sembra leggere i loro ordini prima che vengano dati.
Dai villaggi occupati, intanto, arrivano notizie che a Valdoran nessuno vuole sentire. I barbari non si limitano a saccheggiare: entrano nelle case, riparano i tetti, lavorano i campi e portano con sé donne, vecchi e bambini; alcuni hanno chiesto ai contadini del Nord di insegnare loro la lingua, le leggi e il modo di coltivare la terra. Severian liquidò la faccenda con un «Baggianate». Io, che di Re ne ho visti abbastanza, avrei ascoltato i contadini.
Composizione
L’Orda non è un popolo, ma molti. Al centro stanno i guerrieri umani dei clan, coperti di pelli cucite, tuniche sporche e pezzi di armatura strappati ai cadaveri dei legionari: elmi imperiali deformati per adattarli al capo, assi, ossa e dischi di ferro fissati sul cuoio. Hanno volti segnati da cicatrici, pitture e tatuaggi scuri, denti di animali e anelli d’osso intrecciati nelle barbe, e combattono con asce scheggiate, lance dalle aste storte e spade corte di un metallo opaco: armi rozze, fatte per spaccare uno scudo e restare impigliate nella carne quanto basta a tirare giù un uomo.
Accanto a loro marciano le creature che da noi si conoscono soltanto dai racconti dei veterani: i satiri, rapidi e infidi sul terreno rotto, con archi corti, coltelli ricurvi e fasci di giavellotti; i ciclopi, alti quattro o cinque metri, con mazze ricavate da tronchi interi cerchiati di ferro; i minotauri, con asce grandi come porte; e i mammut, con le zanne rivestite di punte di ferro e piattaforme di legno sul dorso per arcieri e lanciatori di giavellotti. Dietro i guerrieri viaggiano le famiglie, le mandrie, i carri e quanto resta delle loro vite.
Struttura e modo di combattere
Chi immagina un’orda immagina il caos. L’accampamento dell’Orda sembra improvvisato soltanto al primo sguardo: le tribù stanno in spazi separati con precisione, segnati da simboli incisi su pali, scudi e tende; i carri sono disposti in linee difensive, le vedette sorvegliano le piste, le provviste stanno su piattaforme rialzate per salvarle dal fango e le sentinelle di popoli diversi montano la guardia insieme. Cavalieri portano messaggi da un capo all’altro del campo, il grano viene distribuito, i capi tribali si riuniscono attorno a una grande tenda coperta di pelli nere.
In battaglia comanda con corni e tamburi, e non con un unico richiamo: un suono fa avanzare le bestie, un altro apre passaggi tra i guerrieri, un altro ancora arresta reparti già lanciati nella corsa. Quelli che chiamavamo selvaggi comunicavano nel frastuono meglio di quanto i nostri Duci riuscissero a fare con staffette, vessilli e trombe. Sa fingere ritirate, tenere riserve nascoste e trasformare le difese del nemico in debolezze. Ho visto anche come tratta i vinti, e ne parlo più sotto.
Membri noti
- Thyrrus, lo sciamano satiro che la guida.
Eventi nella saga
L’età dei regni
Il Tauria. In primavera le bande che per mesi hanno saccheggiato separatamente convergono da Nord, da Est e dalle vallate oltre il Limes verso un unico punto lungo il Fiume Tauria, in una valle chiusa tra le pareti di roccia e il fiume in piena, con un solo passo a occidente. Viste dal crinale, sono migliaia: Valeri prova a contare i fuochi e perde il conto dopo duecento. Non è un’invasione, è una migrazione armata, e qualcuno ha imposto abbastanza disciplina a popoli nemici da generazioni da impedire che si scannino tra loro. Quel qualcuno, Thyrrus, incontra Severian tra i due eserciti e chiama la valle un altare.
Nella Battaglia del Tauria l’Orda avanza lenta e ordinata, a masse larghe e poco profonde, con arcieri, frombolieri e satiri davanti, i ciclopi distanziati dietro la prima linea e i mammut nascosti più indietro. Quando la pioggia si interrompe all’improvviso, i tamburi battono tre colpi e tutto parte. I ciclopi, che sembravano puntare al centro, piegano in diagonale sul fianco destro di Valeri, lasciato meno profondo per far tirare le carrobaliste; i mammut deviano contro il centro di Severian, schierato fitto per incanalare i giganti, e lo schiacciano. Sull’ala sinistra i satiri tengono inchiodato Varro con finte ritirate mentre i minotauri, nascosti oltre il crinale, scendono da canaloni che nessun esploratore aveva visto e lo prendono di fianco. Varro muore, il centro si sfascia, e la cavalleria barbara, tenuta fino ad allora quasi ferma, chiude la morsa sui fuggiaschi. Quando restano soltanto il cerchio di Valeri e la guardia del Re, i corni cambiano suono e i guerrieri si fermano: Thyrrus offre la vita a chi depone le armi, e Valeri accetta.
Dopo la battaglia. I vincitori non sembravano ubriachi di sangue: sembravano lavoratori alla fine di una lunga giornata. Disarmano i superstiti, legano i feriti che camminano, raccolgono armi e corazze, tagliano le insegne dai corpi degli ufficiali. Nell’accampamento i mammut vengono lavati e medicati con erbe e grasso, i feriti curati da guaritori dipinti e coperti di collane d’osso, i minotauri affilano le asce in silenzio attorno ai loro fuochi. Nessuno festeggia. I quasi duemila prigionieri del Nord stanno in gabbie di tronchi senza tetto, ma vengono nutriti e nessuno li tortura: i satiri passano ciotole di cereali attraverso le sbarre, una donna dalle guance tatuate cambia le bende a un ragazzo che la insulta. È un trattamento infinitamente migliore di quello che Valdoran ha sempre riservato ai prigionieri del Barbaricum. Intanto dai passi del Limes continuano a scendere colonne di famiglie con carri, capre, slitte cariche di pelli, pentole e ossa degli antenati. Vengono per restare.
Il Nord aperto. Con l’esercito del Nord distrutto, gruppi di ciclopi, satiri e uomini del Barbaricum percorrono le strade lastricate dell’Impero, entrano nei villaggi abbandonati, spaccano le porte dei granai e portano via tutto ciò che cammina. I profughi fuggono a Sud raccontando di ciclopi che trascinano via intere porte perché non entrano nelle case, e di satiri che parlano la nostra lingua meglio di molti funzionari della Cittadella. A Caldor il capitano di Marcellus avverte che l’Orda ha vinto con manovre coordinate, riserve e imboscate; il Re risponde che sono bestie, che ora saccheggeranno, berranno e si disperderanno. Non si sono dispersi.
