Thyrrus
Informazioni
Campo Valore Sesso Maschio Specie Satiro Ruolo Sciamano e guida dell’Orda Provenienza Barbaricum Arma Bastone di legno contorto, rinforzato con chiodi e fasce di metallo Prima apparizione L’età dei regni
Thyrrus è il satiro che guida l’Orda scesa dal Barbaricum nell’inverno in cui la neve seppellì il Grande Limes Settentrionale. Nei rapporti dei Duci e nelle chiacchiere delle caserme di Valdoran è «il capo dei barbari», quello che nessuno ha mai visto e che tutti sospettano: perché per mesi l’Orda razzia le campagne del Nord, evita le strade prevedibili, distrugge i ponti alle spalle delle pattuglie e si sottrae a ogni battaglia, e il vecchio Varro lo dice chiaro e tondo davanti al suo Re: «Qualcuno li sta guidando».
Quel qualcuno è uno sciamano cornuto, enorme anche per la sua stirpe, che parla la lingua del Continente meglio di molti nostri funzionari e conosce Severian e Varro dai tempi delle loro guerre. Per il Continente è un demone uscito dai racconti per bambini; per le genti che lo seguono è l’uomo, o la bestia, o quel che è, che è riuscito a farle marciare insieme senza che si scannassero lungo la strada. Io l’ho visto soltanto da un’altura, sotto la pioggia, e l’ho chiamato come lo chiamavano tutti: «Quell’immenso sciamano cornuto, ammesso che sia davvero una creatura di questo mondo». Su quest’ultima parte non ho ancora cambiato idea.
Aspetto
Thyrrus è un satiro diverso da tutti gli altri che si vedono nell’accampamento dell’Orda. I satiri comuni sono più bassi degli uomini; lui è alto quasi quanto il cavallo di un Re, perché non viene dai loro clan. Appartiene a un’altra stirpe di satiri, più antica e più grande, di cui nel Barbaricum dicono sia l’ultimo; quale fosse il nome di quel clan, nessuno me l’ha saputo dire, o nessuno ha voluto. Il torace largo emerge da una massa di pelliccia scura e le gambe caprine terminano in zoccoli tanto grandi da affondare nel fango. Le corna, ricurve e nodose, sono ornate da anelli d’oro grezzo e da incisioni che ricordano le spire di una pianta rampicante; dentro una tenda si perdono nel buio sotto la volta e proiettano sulle pareti ombre più grandi di lui. Le dita della mano sinistra finiscono in artigli neri.
Gli occhi sono rossi, ma non hanno la furia cieca che il Continente attribuisce alle creature del Barbaricum: sono antichi e attenti, e quando ti guardano ti senti misurato. Sorride spesso, un sorriso quasi gentile, reso inquietante da denti troppo bianchi e regolari. La voce è profonda e roca; quando vuole, non sembra attraversare l’aria ma arrivare nelle ossa, come una vibrazione che sale dal terreno.
In battaglia porta un’armatura di pelli sovrapposte, ossa levigate e piccoli teschi incisi con simboli che sembrano mutare sotto la pioggia. Nella mano destra regge sempre il suo bastone di legno contorto, rinforzato con chiodi e fasce di metallo. Lontano dal campo depone l’armatura e veste soltanto un lungo mantello scuro, che gli ricade lungo il corpo e si confonde con l’ombra che proietta. Si muove senza fretta, ma non come una bestia.
Personalità
Thyrrus è paziente fino all’esasperazione altrui. Non alza la voce, non ha bisogno di dimostrare nulla, volta le spalle ai nemici come se non potessero fargli niente e comanda con un cenno del bastone o un cambio nel suono dei corni. La sua arma preferita è la frase giusta detta nel momento in cui fa più male: a un Re sconfitto ricorda chi gli sta rubando il Regno alle spalle, a un giovane Duce chiede che cosa sia disposto a diventare.
Ha un’ironia tutta sua, asciutta e un po’ crudele, e una franchezza che spiazza più di qualunque minaccia: ammette senza fatica ciò che non sa e rifiuta le profezie e gli eroi prescelti. È anche capace di una brutalità tranquilla, quella di chi ha già fatto i conti e ha deciso che il prezzo va pagato. Non so se sia un idealista o un macellaio paziente; ho il sospetto che non lo sappia bene neppure lui, e che sia proprio per questo che la gente lo segue.
Prima degli eventi
Dove sia nato, quanti anni abbia e da chi abbia imparato ciò che sa, le mie fonti non lo dicono. Conosce di persona Severian e Varro, che si irrigidiscono al solo vederlo, e li saluta ricordando le loro «guerre tra uomini civilizzati»: quali guerre fossero e in che modo li abbia incrociati, non sono riuscito a scoprirlo.
All’inizio della vicenda è già l’uomo, o il satiro, attorno a cui si raccolgono le genti del Barbaricum che hanno passato il Limes: umani dei clan, satiri, ciclopi, minotauri, i conducenti dei mammut e gli schiavi fuggiti da Valdoran. Le creature che lo accompagnano mantengono le distanze, obbediscono ai suoi segnali e gli lasciano incontrare da solo i comandanti nemici.
Eventi nella saga
L’età dei regni
L’altare. Sul Tauria, la mattina della battaglia, un piccolo gruppo si stacca dalle file dell’Orda sotto un vessillo fatto di ossa sbiancate. In testa cammina Thyrrus. Saluta Severian con un «Che coincidenza incontrarti qui» e chiama Varro «vecchio»; Severian lo riconosce per nome. Il Re gli fa notare che l’Orda ha il fiume alle spalle e un solo passo per ritirarsi, e gli offre un passaggio sicuro oltre le montagne. Thyrrus sorride e gli risponde che sta ragionando da Re che difende un confine:
«È un altare.»
Quando solleva il bastone di pochi centimetri l’aria si fa pesante, a Valeri si drizzano i capelli sulla nuca e il suo cavallo arretra. Il sangue dovrà scorrere, dice lo sciamano, la terra deve ricordare il rumore della battaglia; del futuro del Nord si parlerà dopo. Alla domanda se gli uomini del Nord moriranno per una sua profezia risponde di no:
«Moriranno perché i loro padri hanno costruito un mondo che non può più esistere.»
La battaglia. Nella Battaglia del Tauria l’Orda non carica alla cieca come ogni cronaca avrebbe previsto. Avanza lenta, a masse ordinate, con corni e tamburi che danno ordini diversi; i ciclopi fingono di puntare al centro e piegano all’ultimo sul fianco di Valeri, i mammut deviano contro il centro di Severian, i minotauri scendono di sorpresa sull’ala di Varro da canaloni che nessun esploratore aveva visto. Io l’ho guardata da un’altura e ho scritto che quello sciamano aveva giocato con Severian come un gatto annoiato con un topo ferito: lo ripeterei. Poco prima della carica la pioggia, che durava da settimane, si ferma di colpo; ricomincia più tardi, mentre gli ultimi uomini del Nord combattono stretti nel cerchio.
La resa. Quando restano soltanto il cerchio di Valeri e il Re con meno di cento uomini, i corni cambiano suono e l’Orda si ferma. Thyrrus avanza tra i cadaveri come se il fango non gli aderisse agli zoccoli, chiama Severian «Re senza esercito e custode di un confine che non esiste più» e gli rivela che Caldor gli sta occupando le vallate mentre la Chiesa gli ordina di resistere senza mandargli un uomo: «Noi almeno non fingiamo di essere tuoi fratelli». Severian lo carica; Thyrrus muove appena il bastone e qualcosa scaraventa il Re all’indietro tra i suoi. «Il tuo sangue non mi serve», gli dice, e poi, guardando Valeri: «Il tuo, forse.» Offre la vita a chi depone le armi, anche ai fuggiaschi e al Re. Valeri getta la spada e i superstiti lo imitano. Lo sciamano gli si avvicina mentre è ancora in ginocchio: «Hai scelto la vita dei tuoi uomini invece della gloria. Tuo padre avrebbe fatto lo stesso.» E aggiunge di aver conosciuto Decimus molto meglio di quanto il figlio immagini.
La tenda. Nell’accampamento, ordinato e silenzioso, dove i prigionieri vengono nutriti e non torturati, Thyrrus riceve Valeri nella sua tenda, che sembra più grande dentro che fuori. Al centro arde un fuoco verde che non scalda, in un braciere fatto di ossa animali. Lo sciamano gli mostra un frammento del Monumentum di un centurione: sotto la luce verde il marmo diventa traslucido e dentro si muovono filamenti d’argento, come il respiro di qualcosa che dorme. Quando un fedele del Silenzio muore, spiega, qualcosa di lui resta legato al Monumentum, «come una bestia alla catena»: non vive, non sogna, non è libero di mutare né di morire. Se soffra, non lo sa:
«Posso mostrarti la prigione, Valeri. Non posso chiedere al prigioniero se la trovi comoda.»
Atti, registri, cronache e genealogie, aggiunge, contengono ciascuno un frammento d’anima e indicano al Silenzio chi debba essere conservato e in quale forma. Poi parla del Rumore, il movimento stesso del mondo che nasce, divora, marcisce e rinasce, e del Silenzio, che lo ferma: una Diga nel mezzo del fiume, dentro la quale la pietra cade sempre verso il basso e i figli nascono simili ai genitori. Il Silenzio protegge davvero il Continente, ammette; la Chiesa non ha mentito su tutto, ha soltanto nascosto il prezzo, e il prezzo sono le anime. Thyrrus crede che la Diga sia stata costruita con ciò che gli uomini, senza saperlo, consegnano alla Chiesa per essere ricordati.
Kasm. Per spiegare a Valeri perché suo padre c’entri, Thyrrus fa salire dal braciere un fumo che diventa immagine: la Distruzione di Kasm, quindici anni prima. Kasm era rimasto neutrale nella Guerra Civile e aveva smesso di consegnare i propri morti ai Monumenta; quando le navi abbatterono le Porte e l’Oceano entrò nel canyon, mezzo milione di anime libere tornarono tutte insieme alla Natura e la Diga non resse l’urto. La realtà si incrinò. Thyrrus osservava dal Barbaricum, sperando che quel massacro mostrasse al Continente la sua barbarie; non era pronto, dice, «a vedere il mondo scucirsi». Attraverso la crepa si trovò faccia a faccia con Decimus, che guardava l’assedio dall’altra parte del canyon. Il generale vide la Diga e le anime dei Monumenta, gridò che tutto era falso e si puntò la spada alla gola; Thyrrus lo fermò e gli propose un patto: lui conosceva il Continente, il satiro ciò che sta oltre la Diga, «Insieme possiamo far cessare questa aberrazione». Prima che la crepa si chiudesse Decimus chiese se Thyrrus avesse visto suo figlio. Il satiro aveva visto un uomo con il suo volto, circondato da possibilità: in alcune portava una corona, in altre giaceva morto sotto la neve, in una camminava al fianco di Thyrrus in un castrum diroccato. Che cosa abbia fatto Decimus negli anni seguenti, Thyrrus non lo sa: forse ebbe paura, forse morì prima di mantenere la promessa.
Nega però che Valeri sia un prescelto: «Il mondo non possiede un unico centro e la storia non attende un eroe.» Lo ha risparmiato perché ha scelto di salvare i suoi uomini invece di morire con il nome del Re sulle labbra, e questo non lo rende migliore del padre, ma diverso. Dei duemila prigionieri non ha ancora deciso che cosa fare. Spera che la Diga si spezzi e che la Natura riprenda il suo posto, anche a costo di altre morti; l’alternativa è un’eternità perfettamente ordinata, «E immobile». Congeda Valeri lasciandogli una scelta: restare una pietra del muro del Nord, o essere la prima crepa che lo attraversa.
