Kasm

Informazioni

CampoValore
TipoPiccolo regno, oggi scomparso
TerritorioIl Canyon di Kasm, dal mare occidentale sopra Caldor fino alle terre del Limes di Valdoran
ConfiniTra il Barbaricum e il Continente
DifesaLe Porte Occidentali di Kasm
PortoL’Ostio, ai piedi delle Porte, sul mare
GovernoUn Re e il consiglio delle Case che custodivano Porte, argani e ponti
CommerciSale, vetro, rame, piante che non crescono altrove
FineDistruzione di Kasm, quindici anni prima della vicenda, durante la Guerra Civile
Prima apparizioneL’età dei regni

Kasm era un piccolo regno incastonato dentro un canyon profondissimo, una fenditura di ossidiana che dal mare occidentale, poco sopra Caldor, penetrava verso l’interno fino a raggiungere le terre del Limes di Valdoran. Il fondo della gola stava sotto il livello dell’Oceano, e da tempo immemorabile due immense porte di basalto ne chiudevano l’imboccatura trattenendo il mare: senza di esse un’intera civiltà non avrebbe potuto vivere laggiù. Quindici anni fa, durante la Guerra Civile, le flotte e le legioni del Continente abbatterono quelle porte e l’Oceano entrò nel canyon. Negli Annali quella strage si chiama pacificazione; sul posto resta una distesa d’acqua scura.

Dico «era» perché al presente non c’è più niente da descrivere. Chi oggi si affaccia sul bordo del canyon non vede ponti, terrazze o lanterne; vede acqua immobile chiusa fra pareti nere. I pesci la evitano, gli uccelli non vi si posano, e c’è sempre qualcuno pronto a giurare di aver visto, nelle giornate senza vento, la cima di una torre o una fila di finestre illuminate sotto la superficie. Nessuno le ha mai raggiunte.

Ne scrivo perché quasi nessuno lo fa. I Regni preferiscono ricordare le battaglie che hanno vinto contro qualcuno capace di difendersi.

Geografia e territorio

Kasm non era un regno nel senso in cui lo intendono a Aeterna: niente pianure, niente confini tracciati sulle carte, niente città circondate da mura. Era il canyon stesso, quasi quattrocento chilometri di fenditura profonda appena duecento metri nei punti più vicini alla superficie e quasi quattromila nei tratti più profondi (vedi Canyon di Kasm). Tagliava la terra fra il Barbaricum e il Continente come un confine naturale e quasi invalicabile, e chi lo abitava stava letteralmente in mezzo: sopra di sé il mondo civile, dall’altra parte del baratro le tribù del Nord.

La forma della gola. Il canyon era più profondo a occidente, vicino al mare, e risaliva lentamente verso oriente, dove si restringeva e si faceva più basso fino a perdersi nelle terre del Limes. Le pareti erano di ossidiana, nere e lucide, interrotte da cenge, grotte, banchi di roccia più tenera e, qua e là, da sorgenti che sgorgavano a metà parete e cadevano in lunghi fili d’acqua dolce. Sul fondo scorreva un fiume che la gente di Kasm chiamava l’Argiro, «l’argentato», perché a mezzogiorno brillava come una vena d’argento: nasceva dalle acque delle pareti, correva verso ovest e finiva contro le Porte, dove chiuse e canali lo raccoglievano e lo regolavano.

Il clima. Laggiù c’erano due climi uno sopra l’altro. Sul bordo soffiava il vento del Nord e d’inverno cadeva la neve; sul fondo l’aria era tiepida, umida e ferma, e vi crescevano piante che sul bordo sarebbero morte in una notte. In mezzo, dove si viveva, un vento costante risaliva dal basso verso l’alto, facendo oscillare i ponti e cantare le corde.

Le Porte. All’estremità occidentale sorgevano le Porte Occidentali, due bastioni di basalto alti quasi trecento metri, con torri, chiuse, passerelle e immense ruote dentate di bronzo. Erano diga e fortezza insieme, e chi le conosceva lo diceva senza retorica: Kasm esisteva perché quelle Porte resistevano. Ai loro piedi, dalla parte del mare, stava l’unico porto del regno.

Popolazione e insediamenti

«Se il Continente era una meraviglia costruita alla luce del sole, Kasm era un capolavoro fatto per brillare nell’ombra.»

Così ne scrissi una volta, e non ho trovato di meglio. Kasm non era una città sola: era un mondo verticale, un formicaio umano aggrappato alle pareti. Le case erano scavate nella roccia viva o sospese sul vuoto come nidi di rondine; città pensili poggiavano su terrazze tagliate nella pietra, e campi terrazzati occupavano ogni sporgenza abbastanza larga da trattenere un poco di terra. Di notte, viste dall’alto, le luci degli insediamenti sembravano stelle precipitate dentro la terra e rimaste impigliate nella roccia.

Quanti fossero gli abitanti non lo so, e nessuno lo sa: Kasm, negli ultimi tempi, non mandava più i propri registri ad Aeterna, e chi lo ha distrutto non si è preoccupato di contare. I mercanti che lo frequentavano dicevano che laggiù vivesse la gente di una provincia intera, e i mercanti, quando si tratta di clienti, contano bene.

I tre piani. La gente di Kasm divideva il proprio mondo in tre fasce, e le nominava come si nominano i piani di una casa. In alto c’era il Ciglio, il bordo del canyon e le prime terrazze sotto di esso: lì arrivavano le carovane, lì stavano i magazzini, le locande per i forestieri, le stalle e i mercati, e lì vivevano le famiglie che commerciavano con il Continente e con il Barbaricum. In mezzo, per centinaia di metri, c’erano le Cinture, le città pensili vere e proprie, con le botteghe, le officine del vetro, le cisterne sospese e la maggior parte delle case. In basso c’era il Fondo, lungo l’Argiro, con i campi migliori, i mulini ad acqua, i pescatori e le grandi ruote che sollevavano l’acqua verso l’alto. Si diceva «salire» per arricchirsi e «scendere» per tornare a casa, e le due espressioni non si contraddicevano affatto.

L’Ostio. Fuori dalle Porte, sul mare, c’era l’Ostio, il porto: moli di basalto, magazzini scavati nella base dei bastioni, saline sulla spiaggia e un quartiere di marinai, facchini e funai. Le navi non potevano entrare nel canyon; le merci salivano e scendevano lungo le Porte con gli argani, e gli uomini dell’Ostio passavano la vita a pochi metri dal mare e a trecento da casa.

Governo e amministrazione

C’era un Re, o almeno un uomo che i forestieri chiamavano così, e la parola compare nelle lettere che i Regni del Continente gli indirizzavano. Ma il suo potere, a sentire chi ha commerciato laggiù, era più stretto di quello di qualunque sovrano del Continente. Il regno lo governavano davvero le Case: le famiglie che da generazioni custodivano le Porte, quelle che possedevano gli argani e quelle che mantenevano i grandi ponti. Il Re presiedeva il loro consiglio e parlava a nome di Kasm con i forestieri; le Case decidevano dove si poteva costruire, quanta acqua spettava a ogni terrazza e quanto costava attraversare un ponte.

I Portitori e i Libratori. Le famiglie delle Porte si chiamavano Portitori, e godevano di un rispetto quasi sacro: conoscevano ogni pietra, ogni catena e ogni vibrazione prodotta dal mare, e il loro sapere passava di padre in figlio senza essere mai scritto per intero. Accanto a loro stavano i Libratori, gli ingegneri dei contrappesi e delle acque, che regolavano argani, ruote e condotti e tenevano il conto, livello per livello, di quanta acqua salisse e di quanta ne scendesse. In un regno dove un errore di calcolo poteva far precipitare un quartiere, un Libratore contava più di un generale.

I pedaggi. Kasm non riscuoteva una tassa sulla terra, perché la terra era poca e già divisa: riscuoteva pedaggi. Si pagava per salire con un argano, per attraversare un ponte, per far scendere una merce lungo le Porte, e i forestieri pagavano più dei residenti. Con quel denaro le Case mantenevano le corde, le catene e le cisterne, che a Kasm non erano un servizio pubblico: erano la differenza fra stare in piedi e cadere.

Legge e giustizia

La legge di Kasm, per quel che ne so, nasceva dal vuoto. Il delitto più grave non era l’omicidio, ma il danno alle cose comuni: tagliare una corda, sfilare un cuneo da un ponte, rubare l’acqua di una cisterna, sabotare un argano. Chi lo faceva metteva in pericolo un quartiere intero, e veniva punito come un assassino di molti. Il furto ordinario si ripagava con il lavoro sulle corde; le liti fra famiglie si discutevano davanti al consiglio del livello, e si giuravano, mi dicono, a mezzogiorno, sotto la luce, perché a Kasm si considerava impossibile mentire nell’unico momento in cui tutti potevano vederti in faccia.

La pena più dura era l’esilio sul Ciglio, senza diritto di scendere: per un uomo di Kasm, vivere lassù fra stalle e forestieri era la cosa più vicina alla morte che la legge sapesse infliggere.

Economia

Kasm viveva di commercio. Le sue carovane portavano sale, vetro, rame e piante che non crescevano altrove, e le vendevano tanto ai regni del Continente quanto ad alcune tribù del Barbaricum. Per secoli prosperò sfruttando la propria posizione e restando lontano dalle guerre e dalle dispute dei vicini. Era, a quanto mi è stato detto, un regno ricco, libero e prospero: tre parole che nel Continente, messe una accanto all’altra, finiscono per attirare qualcuno armato.

Il sale veniva dalle saline dell’Ostio e da banchi di salgemma che affioravano nelle pareti più profonde. Il vetro era il vanto del regno: le sue fornaci, scavate nella roccia delle Cinture, producevano lastre per finestre, lanterne, bottiglie, perle e specchi, e il vetro scuro di Kasm, quasi nero e trasparente soltanto controluce, era riconoscibile in tutto il Continente. Il rame si estraeva da vene che correvano nella roccia sotto l’ossidiana, e finiva in pentole, ingranaggi e nelle catene dei ponti. Le piante erano la merce più strana: muschi, funghi, erbe d’ombra e radici che crescevano soltanto nell’aria umida del Fondo, da cui i farmacisti del Continente ricavavano medicine, tinture e, si diceva, qualche veleno.

I campi. Sulle terrazze si coltivavano orzo, fave, lenticchie, cavoli e, nelle cenge più calde del Fondo, fichi e qualche vite. Ogni palmo di terra coltivabile era stato portato lassù a spalla, cesta per cesta, e un campo di Kasm veniva ereditato con la stessa cura con cui altrove si eredita una casa. Il grano no: quello si comprava sul Ciglio, dai mercanti del Continente, e il pane bianco era una cosa da ricchi.

Le macchine. Gli ingegneri di Kasm avevano costruito laggiù meccanismi capaci di far tremare la roccia: ruote ad acqua, ruote dentate di bronzo, sistemi di contrappesi che portavano forza e acqua fino agli insediamenti vicini al bordo. L’acqua dolce saliva per condotti scavati nella pietra, veniva distribuita alle terrazze e raccolta in cisterne sospese. Le piattaforme potevano trasportare interi carri, e alcuni vecchi mercanti giuravano che esistessero gallerie in cui le merci viaggiavano senza che mano umana le toccasse. Forse esageravano; i mercanti lo fanno quasi quanto i sacerdoti, ma almeno mentono per venderti qualcosa di concreto.

Commercio

Kasm stava sulla strada di tutti. Le carovane del Continente arrivavano sul Ciglio meridionale da Caldor e da Valdoran, portando grano, legname, ferro, stoffe e olio; quelle del Barbaricum arrivavano sul Ciglio settentrionale con pellicce, miele, cera e cuoio. In mezzo c’era il canyon, e attraverso il canyon passava soltanto ciò che Kasm decideva di far passare: le merci scendevano da una parte, attraversavano i ponti, risalivano dall’altra e lasciavano a ogni passaggio una parte del loro valore nelle mani delle Case.

Per mare, dall’Ostio, partivano barche e navi mercantili lungo la costa occidentale, verso i porti di Caldor e più a sud; ne arrivavano sale, pesce e merci di passaggio. Le fiere del Ciglio, che si tenevano in primavera e alla fine dell’estate, erano fra le poche occasioni in cui un mercante del Continente e un capotribù del Nord si sedevano allo stesso tavolo, e nessuno dei due si sentiva obbligato a uccidere l’altro. Ne parlo con una certa nostalgia, perché quel tavolo non esiste più e non ne è stato apparecchiato un altro.

Esercito

Kasm non aveva un esercito nel senso in cui lo intende il Continente, e non ne aveva bisogno. Nessuna legione poteva marciare in un canyon, e nessun barbaro poteva attraversarlo senza il permesso di chi teneva i ponti. La sua difesa era fatta di tre cose: le Porte, i ponti e le corde.

Le Porte avevano i loro difensori, uomini delle Case dei Portitori, con balestre, macchine da lancio e difese capaci di incendiare le navi che si avvicinavano troppo. I ponti avevano le loro guardie, e ogni ponte si poteva chiudere, sbarrare o, in caso estremo, tagliare. Ogni livello aveva una milizia di uomini abituati a muoversi sulle corde, armati di balestre leggere e di coltelli di ossidiana, che in una gola verticale valevano più di cento legionari con lo scudo. La regola era semplice: un nemico che scende lungo una parete si difende male, e Kasm aveva sempre il vantaggio di essere già sotto.

Per secoli bastò. Quello che non bastò, alla fine, fu che nessuno a Kasm aveva mai immaginato un nemico che non avesse bisogno di scendere.

Società

La società di Kasm era ordinata per livelli, ma non nel modo che ci si aspetterebbe. In cima alla scala sociale non stavano quelli che abitavano più in alto, bensì le Case delle Porte e degli argani, che vivevano nelle Cinture, a metà parete, dove l’acqua arrivava facilmente e il vento non era troppo forte. Sotto di loro venivano i mercanti del Ciglio, ricchi ma considerati un po’ forestieri, i maestri vetrai, i Libratori e i loro allievi. Poi gli artigiani: funai, fabbri del rame, scalpellini, carpentieri dei ponti. Poi i contadini delle terrazze e del Fondo, i pescatori dell’Argiro, i portatori e gli uomini degli argani, che lavoravano più di tutti e salivano meno di tutti.

Gli schiavi, a quanto mi hanno detto, erano pochissimi. In un posto dove un uomo scontento può tagliare una corda, conviene che tutti abbiano qualcosa da perdere.

Famiglia e vita privata

Le famiglie abitavano case scavate nella roccia, profonde più che larghe, con una sola facciata aperta sul vuoto e le stanze che si susseguivano verso l’interno, dalla più luminosa alla più buia: la cucina sul davanti, i letti in fondo. Ogni casa aveva la sua terrazza, la sua cisterna e la sua corda di famiglia, una fune annodata con i colori della casa che serviva da ringhiera, da insegna e, nei giorni di vento, da salvezza.

I bambini imparavano i nodi prima delle lettere e a camminare legati prima di camminare liberi; un bambino che cadeva era una disgrazia, un bambino che cadeva slegato era una vergogna per la madre. Ci si sposava spesso fra famiglie dello stesso livello, e un matrimonio fra le due sponde del canyon era considerato un’impresa, festeggiata sul ponte che le univa.

Vita quotidiana

La giornata cominciava tardi e finiva presto, perché la luce arrivava tardi e se ne andava presto. Sul bordo era già giorno da ore quando le Cinture uscivano dalla penombra, e il Fondo restava in un crepuscolo perpetuo, rischiarato dalle lanterne di vetro. L’ora si leggeva sulle pareti: la striscia di sole scendeva lungo la sponda opposta come l’ombra su una meridiana, e ogni livello sapeva a quale sporgenza corrispondeva l’ora del pasto. Dove la luce non arrivava, specchi di rame lucidato posti sul Ciglio e sulle terrazze più alte la rimandavano in basso, e i ragazzi pagati per orientarli erano fra i primi a cominciare il lavoro e gli ultimi a finirlo.

La cosa che ricordo meglio di quei racconti è la più semplice. A mezzogiorno, quando il sole stava perfettamente sopra il canyon, la luce raggiungeva il fondo per pochi minuti; il fiume brillava come una vena d’argento e tutta Kasm smetteva di lavorare per guardarlo. I martelli tacevano, gli argani si fermavano, persino i mercanti smettevano di contrattare. Lo chiamavano la Mesembria, una parola antica per dire mezzogiorno. Un popolo intero considerava la luce del sole un avvenimento abbastanza raro da meritare rispetto. Noi, che ne avevamo fin troppa, gli abbiamo portato soltanto la morte.

Il resto del giorno era fatto di rumori: il cigolio degli argani, il canto ritmato degli uomini che tiravano le funi, il ronzio delle corde nel vento, l’acqua delle cisterne. E, quando cambiava la marea, il lamento delle Porte: un suono basso e lungo, più da sentire nei denti che nelle orecchie, che chi era nato laggiù non notava più e che faceva svegliare di soprassalto i forestieri. Così, almeno, me l’hanno descritto.

Alimentazione

Si mangiava quello che cresceva nell’umido e quello che si poteva comprare sul Ciglio. Zuppe di fave e lenticchie, pappe d’orzo, cavoli, funghi del Fondo di ogni genere, alcuni dei quali, mi dicono, da mangiare soltanto se cucinati da qualcuno di cui ci si fidava. Il pesce dell’Argiro, piccolo, pallido e quasi cieco, si mangiava fresco o salato; le capre, allevate sulle cenge, davano latte, formaggio e una carne dura che si mangiava nei giorni di festa. Sulle pareti nidificavano rondoni e piccioni, e i ragazzi più agili ne raccoglievano le uova appesi a una corda, un mestiere che non si insegnava ai figli unici.

Il sale non mancava mai, e i forestieri dicevano che a Kasm si salava anche il pane. Il vino era poco e caro, la birra d’orzo comune; i ricchi bevevano vino del Continente in bicchieri del proprio vetro, che è un modo di bere che ho sempre trovato soddisfacente.

Abbigliamento e cultura materiale

Si vestiva di lana scura e di cuoio, abiti stretti e corti che non si impigliassero nelle corde. Quasi tutti portavano una cintura larga con anelli di rame, a cui si agganciavano la corda di sicurezza, gli attrezzi e la borsa; guanti di cuoio senza dita per chi lavorava agli argani; cappucci contro il vento che risaliva dal fondo. Le donne portavano perle di vetro intrecciate nei capelli, e il numero e il colore delle perle diceva il livello e la Casa della famiglia. Il segno del lutto era togliersele.

Le cose di Kasm erano fatte di quattro materiali: ossidiana per le lame, i raschiatoi e gli specchi più antichi; vetro per le lanterne, le finestre e le stoviglie dei ricchi; rame per tutto ciò che doveva girare, tenere o resistere all’umido; corda per tutto il resto. Il legno era raro e prezioso, perché arrivava dal Continente o dal Barbaricum e andava calato per centinaia di metri; un tavolo di legno era un segno di ricchezza, una casa con le travi di legno una cosa da Re.

Religione

Su che cosa credesse Kasm le mie fonti tacciono quasi del tutto. So che per secoli seguì il Silenzio come il resto del Continente: aveva le sue chiese scavate nella roccia, i suoi preti, i suoi registri, e le carovane portavano su per le pareti e poi verso Aeterna gli atti di nascita e di morte del regno. La venerazione per la luce di mezzogiorno non era un culto, a quanto mi è stato detto, ma un’abitudine così antica che nessun prete del Continente aveva mai osato proibirla.

So anche ciò che lo condannò: a un certo punto smise di seguire la Chiesa del Silenzio, cominciò a dubitare del sistema dei Monumenta e smise di consegnare i propri morti agli Archivi. Quando e perché, non lo so. C’è chi dice che durante la Guerra Civile le strade verso Aeterna fossero chiuse per anni, i registri smisero di partire e Kasm scoprì di vivere benissimo anche senza mandarli; c’è chi parla di un prezzo delle consacrazioni diventato troppo alto, e chi di qualcosa che i Libratori avrebbero capito facendo i loro conti. Sono voci, e le riporto come tali.

So infine dove andavano i morti dopo. Venivano deposti in nicchie scavate nelle pareti, ciascuna chiusa da una lastra di vetro scuro su cui si incideva il nome, e sopra la lastra si lasciava una piccola lampada che nessuno riaccendeva quando si spegneva. Le pareti di certi livelli, mi hanno raccontato, erano coperte di quelle lastre come un alveare. Per la Chiesa non esiste peccato peggiore. Un uomo che muore senza Monumentum è un uomo che il Silenzio non ricorda, e un regno intero che seppellisce i propri morti fuori dai registri è, agli occhi della Cittadella, un buco nel mondo.

Cultura e istruzione

Il sapere di Kasm era un sapere di famiglia. I Portitori insegnavano ai figli le Porte, i Libratori ai propri allievi i contrappesi e le acque, i vetrai le loro miscele, e quasi niente di tutto questo veniva scritto per intero: si scriveva quanto bastava a ricordare, e il resto si teneva a mente. È uno dei motivi per cui di Kasm sappiamo così poco. Quello che i suoi ingegneri sapevano è finito in fondo al canyon insieme a loro.

Si sapeva contare, però, e bene: un ragazzo di Kasm, mi assicurano, calcolava il peso che una corda poteva reggere prima di saper leggere il proprio nome. I mercanti del Ciglio parlavano la lingua imperiale, il gergo delle carovane del Nord e qualche parola di ogni lingua che passasse per le fiere. Le iscrizioni pubbliche si incidevano nel vetro e nel rame, non nella pietra, perché l’ossidiana non si lascia scrivere.

Si cantava molto, soprattutto lavorando: canti a tempo per tirare le funi, canti per le Porte, canti di Mesembria. Non ne ho mai sentito uno. Nessuno dei mercanti che mi ha parlato di Kasm era capace di intonarli, e quelli che ne erano capaci non sono rimasti.

Feste e usanze

La Mesembria Grande. Il giorno più lungo dell’anno, quando la luce restava sul fondo più a lungo che in ogni altro giorno, tutta Kasm scendeva verso l’Argiro, per quanto era possibile scendere. Si accendevano le lanterne di tutti i livelli la notte prima, si aspettava il mezzogiorno in silenzio e, quando la luce toccava il fiume, si gettavano nell’acqua fiori, perle di vetro e piccoli doni. Poi si mangiava, si beveva e si risaliva, più lentamente di come si era scesi.

La prova delle Porte. Ogni anno, alla fine dell’inverno, le Case dei Portitori ispezionavano le Porte, pietra per pietra e catena per catena, e ne riferivano al Re e al consiglio. Il giorno della relazione nessuno lavorava finché i Portitori non dichiaravano che le Porte avrebbero retto un altro anno. Si dice che la formula fosse sempre la stessa da secoli, e che nessuno la ascoltasse più davvero. Finché non smise di essere vera, naturalmente.

I matrimoni e i funerali. Gli sposi si scambiavano le corde di famiglia a metà di un ponte, annodandole insieme. Ai funerali, sempre di sera, si accendeva la lampada sulla lastra del morto e la si lasciava consumare.

Strade, trasporti e comunicazioni

A Kasm le strade andavano in verticale. Una ragnatela di ponti di pietra e di corda univa le due sponde: alcuni larghi quanto strade, sostenuti da archi e catene di bronzo, altri fatti di poche assi sopra chilometri di vuoto. Il più grande, che chiamavano lo Zeugma, attraversava il canyon nel suo tratto centrale con una campata unica sostenuta da catene, e ci passavano i carri. Ascensori di corde, carrucole e contrappesi spostavano uomini, merci e animali fra livelli separati da centinaia di metri; scale scavate nella roccia, gallerie e cenge collegavano i quartieri di una stessa parete.

Sul Ciglio meridionale una strada di carovane correva lungo il bordo per gran parte del canyon, e da essa partivano le piste verso Caldor e verso le terre di Valdoran. Sul Ciglio settentrionale, le piste del Barbaricum. Sul Fondo, barche piatte risalivano e discendevano l’Argiro, e all’Ostio, oltre le Porte, cominciava il mare.

Le notizie viaggiavano più in fretta degli uomini: di giorno con gli specchi di rame, di notte con le lanterne, da un livello all’altro e da una sponda all’altra, secondo un codice che le Case tenevano per sé. Si dice che un messaggio potesse attraversare l’intero canyon in meno di un’ora. Non so se sia vero. So che l’ultimo, quello del giorno delle navi, non arrivò in tempo da nessuna parte.

Storia

Prima dell’Impero

Chi abbia costruito le Porte, e quando, non lo sa nessuno. Le chiamano opera di tempo immemorabile, il che è il modo elegante di dire che i registri non ne parlano. La gente di Kasm raccontava che i propri antenati fossero scesi nel canyon per sfuggire a una guerra, o a un inverno, o a un dio, a seconda di chi raccontava, e che le Porte fossero state alzate per proteggere il fondo dal mare; altri, nel Continente, ne attribuiscono il merito agli ingegneri dell’Impero, perché sul Continente ogni cosa grande e ben fatta viene attribuita all’Impero. Io non so chi abbia ragione. So che i Portitori le conoscevano come si conosce una cosa costruita dalla propria famiglia.

Durante l’Impero

L’Impero non conquistò mai il canyon, o almeno non come conquistava le province: non ci si mandano legioni, in un posto così. Ne tenne i bordi e le strade, e con Kasm strinse un accordo che durò secoli. Kasm riconosceva l’autorità dell’Imperatore, pagava un tributo in sale e vetro, lasciava passare i funzionari e i mercanti imperiali e teneva chiusi i ponti ai barbari ostili; l’Impero, in cambio, lo lasciava governarsi da sé. Fu allora, credo, che il regno diventò ricco: era la dogana del Continente verso il Nord, e chi tiene una dogana per qualche secolo finisce sempre per arricchirsi.

Caduta dell’Impero

Alla morte dell’ultimo Imperatore Kasm si trovò, come tutti, senza nessuno a cui pagare il tributo, e a differenza di quasi tutti non cercò un nuovo padrone. Le Case continuarono a riscuotere i pedaggi, il Re continuò a ricevere i mercanti, e i ponti continuarono ad aprirsi e chiudersi secondo le regole di sempre. Nessun governatore poteva proclamarsi sovrano di un canyon, e nessuna legione poteva prenderlo: così, mentre il resto del Continente si scannava per l’eredità di un morto, Kasm restò quello che era.

Formazione del Regno

Durante la Guerra Civile Kasm commise l’unico peccato che nessuno era disposto a perdonare: rimase neutrale. Non mandò soldati alla Chiesa, non lasciò passare gli eserciti del Continente per le sue terre e continuò a commerciare con tutti, con entrambi gli schieramenti. Nella confusione di quel secolo il vecchio accordo con l’Impero smise di significare qualcosa, e Kasm divenne un regno a tutti gli effetti, con un Re che trattava da pari con i Re del Continente. E, soprattutto, a un certo punto aveva smesso di consegnare i morti.

Età dei Regni

Fu sufficiente. I sacerdoti lo chiamarono eresia, i Re una minaccia alla sicurezza del Continente, i mercanti un ostacolo alle proprie rotte. Si raccontò che fosse un covo di eretici attraverso il quale il Barbaricum avrebbe invaso il Continente, e bastò questo a mettere sotto un’unica bandiera eserciti che fino al giorno prima si scannavano fra loro. Quindici anni fa, nell’ultima grande campagna della Guerra Civile, navi di regni diversi abbatterono le Porte, legioni di diverse bandiere presidiarono le alture, e l’Oceano fece il resto (vedi Distruzione di Kasm). Kasm fu distrutto in un solo pomeriggio. Negli Annali lo chiamarono pacificazione.

Fra gli uomini schierati sulle alture c’erano anche Duci di Valdoran, con i loro soldati. Al Nord qualcuno se lo ricorda ancora, ma lo dice a bassa voce.

Lo sanno tutti, e nessuno ne parla. Seguirono tre anni di tregue, scontri sporadici e trattative, e poi l’Armistizio, i cui trattati parlano di pace fra i regni civili e non nominano Kasm nemmeno una volta. Dei sopravvissuti so poco: qualche mercante che quel giorno si trovava lontano, sui mercati di Caldor o del Sud, qualche famiglia di vetrai che si era trasferita prima, qualche marinaio. Vivono sparsi e non dicono da dove vengono. Gli abitati del Ciglio sono stati abbandonati e saccheggiati, e nessuno li ha ripopolati; il vetro scuro di Kasm, che non si produce più, si vende oggi a prezzi da reliquia, e io ho visto un Cardinale berci dentro.

«Kasm rifiutò di consegnare i propri morti al Silenzio, e il Continente rispose consegnando l’intero Kasm alla morte.»

Rapporti con gli altri Regni

Caldor. Il vicino più prossimo era Caldor, che teneva la costa a sud dell’imboccatura. Con Caldor Kasm commerciava, litigava per le rotte costiere e per le saline, e si spiava a vicenda. Caldor comprava il vetro e il sale di Kasm e rivendeva il proprio grano a un prezzo che a Kasm consideravano un piccolo furto; a Caldor, naturalmente, consideravano un piccolo furto i pedaggi delle Porte. Si sopportavano come si sopportano due vicini che hanno bisogno l’uno dell’altro e non lo ammetterebbero mai.

Valdoran. All’estremità orientale il canyon toccava le terre del Limes di Valdoran, e con il Nord Kasm condivideva il mestiere di stare fra il Continente e il Barbaricum. Lo faceva in modo opposto: Valdoran con le torri, Kasm con i ponti; Valdoran tenendo i barbari fuori, Kasm vendendo loro il sale. Al Nord questo non è mai stato perdonato del tutto, e forse spiega perché i Duci salirono sulle alture con così poche domande.

Il Barbaricum. Con alcune tribù del Barbaricum Kasm aveva rapporti antichi, di commercio e di rispetto. Non so se le tribù considerassero Kasm parte del Continente o qualcosa di diverso; so che, il giorno in cui cadde, nessuno dei suoi clienti del Nord poté fare niente per lui, e che nessuno dei suoi clienti del Sud volle farlo.

La Chiesa e i Regni del Continente. Con Aeterna e con i Regni lontani i rapporti erano quelli di un fornitore discreto: vetro per le cattedrali, sale per le dispense, piante per i farmacisti, e i registri dei morti, finché li mandò. Quando smise di mandarli, scoprì quanto contassero, per il Continente, rispetto al vetro.

Note del Disertore

Ho servito su un muro che serviva a tenere fuori il mondo. Kasm era l’unico posto del Continente in cui qualcuno aveva costruito un ponte per farlo entrare, alle sue condizioni e pagando il pedaggio. Non mi stupisce che sia durato secoli. Mi stupisce che sia durato così a lungo prima che qualcuno se ne offendesse.

Dicono che fosse un covo di eretici. Può darsi: io di eretici ne ho conosciuti molti, e non ne ho mai visto uno capace di costruire una diga alta trecento metri. Dicono che fosse una porta aperta per i barbari. È vero, era una porta, e la teneva aperta chi aveva le chiavi: che è esattamente ciò che una porta deve fare. Dicono che fosse una minaccia. Era un regno piccolo, ricco e neutrale in mezzo a una guerra, e a questo mondo non esiste minaccia più grave per chi sta combattendo.

Ciò che mi pesa di più, di Kasm, non è la strage. Di stragi il Continente ne ha fatte altre, e altre ne farà. È il nome. Lo hanno chiamato pacificazione, l’hanno messo negli Annali così, e quindici anni dopo la maggior parte della gente che conosco usa davvero quella parola, senza ironia. Per un popolo che teme più di ogni altra cosa di essere dimenticato, abbiamo trovato la punizione perfetta: non lo abbiamo dimenticato, lo abbiamo ricordato male.