Ferrata
Informazioni
Campo Valore Tipo Regno Governo Monarchia, con il Placito delle Valli e il Consiglio dei Mastri Sovrano Domitius Sede del Re Isarna, che i forestieri chiamano Ferrata Territorio Montagne centrali del Continente Confini Aeterna, Solthar, Foresta di Umbra; Vindelia Luoghi notevoli Isarna, Brennacum, l’Atravalle, Il Nodo Risorse Ferro, carbone, zolfo; armi Moneta Nessuna propria: argento di Solthar, sesterzi di Thalassar, tessere di pozzo Fede Chiesa del Silenzio Prima apparizione L’età dei regni
Ferrata è un Regno di roccia scura e cielo grigio, incastrato tra le montagne centrali del Continente, lungo il confine frastagliato tra Aeterna, Solthar e la Foresta di Umbra. Controlla le più grandi vene di ferro, carbone e zolfo di Aeterra, e le armi che escono dalle sue fucine vengono vendute e spedite in tutto il Continente.
Lì non si costruiscono palazzi: si scavano miniere. Le città sorgono attorno ai pozzi di estrazione, alle fonderie e ai canali che muovono i grandi magli, e l’aria non sa d’incenso ma di zolfo, metallo fuso, fuliggine e sudore. Non è un posto in cui si vada per piacere, e chi ci vive non finge che lo sia.
Il suo Re, Domitius, ha le mani annerite come quelle dei suoi fabbri e governa da una sala del trono che è anche un’armeria.
Geografia e territorio
Ferrata è la montagna del Continente. Occupa il nodo delle catene centrali, là dove le terre di Aeterna salgono da occidente, quelle di Solthar da oriente e le pianure di Vindelia si fermano a settentrione contro le prime pareti. A meridione il confine si sfilaccia in valli boscose che finiscono contro la Foresta di Umbra, e lì nessuno ha mai avuto voglia di piantare pietre di confine.
Le montagne di Ferrata sono state aperte da gallerie che penetrano nella roccia come ferite nere, e giorno e notte file di uomini risalgono dalle profondità con ceste di minerale sulle spalle, la pelle coperta di polvere e gli occhi arrossati dal fumo delle lampade. Attraverso le sue montagne passano le antiche strade imperiali, e i suoi passi conducono verso Aeterna e verso i Regni vicini.
Il paesaggio è fatto di valli strette e profonde, scavate da torrenti che non gelano mai del tutto, sopra le quali salgono pareti di roccia scura e cime che tengono la neve per metà dell’anno. Sui versanti alti crescevano un tempo boschi di abeti e di larici; molti sono stati tagliati per farne carbone di legna, e oggi intere montagne mostrano la pietra nuda, con le cicatrici dei sentieri dei carbonai. Ai piedi delle miniere si alzano i cumuli delle scorie, colline nere e lucide su cui d’estate non cresce nemmeno l’ortica. In alcune valli l’acqua sgorga calda e sa di uova marce, e i sassi intorno alle sorgenti sono gialli di zolfo.
Il cielo è grigio più spesso che non, per le nuvole che si impigliano alle cime e per il fumo che sale dalle fonderie e resta nelle valli nei giorni senza vento. L’inverno è lungo e chiude i passi alti per tre o quattro mesi; le valange scendono ogni primavera nei canaloni, sempre negli stessi, e i vecchi sanno dove non costruire. L’estate è breve, piovosa e piena di temporali, e i fulmini cadono sulle cime con una frequenza che i preti spiegano in un modo e i minatori in un altro.
I torrenti sono la vera ricchezza dopo il ferro. Ogni valle abitata ha i suoi canali, scavati lungo i fianchi del monte per portare l’acqua sopra le ruote che muovono i magli e i mantici. Dalle montagne di Ferrata nasce anche il Kelados, che scende verso oriente e va al mare in terra di Solthar.
Popolazione e insediamenti
Quanta gente viva a Ferrata, non lo sa nessuno, e il Re meno di tutti, perché la metà degli uomini del Regno passa la giornata sotto terra. Un proverbio delle valli dice che in Ferrata vivono più uomini sotto la montagna che sopra. Non è vero, ma lo dicono con orgoglio.
La sede del Re è Isarna, che i forestieri chiamano semplicemente Ferrata, come il Regno. È una città costruita dove tre torrenti si incontrano, attorno ai pozzi più profondi e alla grande fucina della Corona, con le case di pietra scura arrampicate sui fianchi della valle e i canali che corrono sopra i tetti. Brennacum, nella valle delle acque calde, vive di zolfo: la si riconosce dall’odore prima di vederla, e chi ci nasce, dicono, non lo sente più. L’Atravalle è la valle del carbone di pietra, scavato in pozzi bassi e cunicoli in cui si lavora sdraiati; ha villaggi più che città, e i suoi abitanti hanno la pelle grigia anche la domenica. Dove si separano le tre strade imperiali sorge la fortezza che i minatori chiamano il Nodo, e intorno alle sue mura si tengono i mercati dei convogli.
Il resto del Regno è fatto di insediamenti di miniera, nati attorno a un pozzo e morti con lui: quando la vena si esaurisce, gli uomini se ne vanno e restano le case vuote, i canali secchi e una chiesa senza prete. Nelle valli più basse ci sono villaggi di contadini e pastori che coltivano segale, orzo e cavoli e d’estate portano le bestie agli alpeggi. Le donne sono più numerose nelle valli e gli uomini nelle città di miniera, e la gente del Regno si sposta molto, seguendo le vene.
I ferratini sono bassi, larghi e forti, con le braccia lunghe e le spalle che sembrano fatte per sollevare. Molti hanno capelli chiari o rossicci e occhi grigi, e quasi tutti gli uomini portano la barba, anche perché raderla con l’acqua fredda delle valli è una tortura. Parlano la lingua comune con un accento duro, staccando le sillabe come colpi di martello, e usano parole loro per le cose della miniera che nessun forestiero capisce e che nessun ferratino si prende la briga di spiegare.
Governo e amministrazione
Ferrata è governata da un Re. Domitius ascolta consiglieri che vengono dalle fucine (uno di loro è un vecchio fabbro che lo conosceva prima dell’incoronazione) e la sua sala del trono è coperta di rastrelliere di spade, picche, asce e scudi appena forgiati, mentre fabbri, assistenti e ispettori controllano il bilanciamento delle lame e la qualità dei rivetti. Il Regno decide da sé quali passi tenere aperti e quali convogli far partire.
A Ferrata il Re è il primo dei mastri, più che il signore degli uomini, e il suo potere sta tutto in una regola antica: la montagna appartiene alla Corona. Le miniere erano dell’Impero, e quando l’Impero è morto sono passate al Re, insieme a tutto ciò che sta sotto l’erba. Chi scava lo fa con una concessione della Corona e le paga la quinta, la quinta parte del minerale estratto, che gli ufficiali del Re pesano alla bocca del pozzo. Le fucine pagano invece sul prodotto finito: ogni lama, ogni corazza e ogni punta di lancia che lascia il Regno deve passare per la Casa del Marchio di Isarna o per uno dei suoi uffici minori, dove i saggiatori la provano, la pesano e vi battono il marchio della Corona. Un’arma di Ferrata senza marchio è un’arma di contrabbando, e chi la vende rischia le mani. Gli ispettori che si vedono passare in fondo alla sala del trono sono gli stessi saggiatori, e il Re li guarda lavorare come un mercante guarda i suoi registri.
Il Re governa con il Consiglio dei Mastri, in cui siedono i maestri fabbri più stimati, i capi dei grandi pozzi, il custode della Casa del Marchio e il Maestro dei Passi, che comanda le guardie delle strade e decide quali convogli partono e quali aspettano. Due volte l’anno, all’apertura e alla chiusura dei passi, si riunisce il Placito delle Valli: i prepositi di ciascuna valle, i capi dei consorzi di pozzo e i mastri si radunano all’aperto, davanti alla grande pietra nera che sta sulla piazza di Isarna, ascoltano il Re e approvano, battendo i martelli sugli scudi, le leve, le tasse straordinarie e le sentenze più gravi. Il Placito non sceglie il Re, ma un Re che il Placito non acclama non trova uomini disposti a scendere nei suoi pozzi. Ogni valle ha un preposito, nominato dal Re fra le famiglie del posto, che riscuote la quinta, giudica le liti minori e manda gli uomini quando la Corona li chiede.
Legge e giustizia
La legge di Ferrata è la Legge del Pozzo, una raccolta di consuetudini di miniera più vecchia del Regno, che i giudici conoscono a memoria e che è stata messa per iscritto, dicono, una volta sola, dal prete di Isarna, che poi l’ha persa. Stabilisce chi può scavare e dove, a chi appartiene una vena trovata da due squadre insieme, quanto deve durare un turno e chi paga se crolla una galleria. Chi scopre una vena nuova ha diritto a lavorarne la lunghezza di una corda per lato, e la corda di riferimento è appesa nella sala del Placito, perché nessuno la allunghi.
Le liti nate sotto terra si giudicano sotto terra, davanti ai giurati di galleria, minatori anziani scelti dalle squadre, e la sentenza vale anche sopra. Il resto lo giudicano i prepositi e, per i casi di sangue, il Re o il Placito. Le ferite sul lavoro hanno un prezzo fissato: il prezzo delle mani stabilisce quanto deve pagare il padrone di una fucina o il consorzio di un pozzo per ogni dito perso, per una mano, per un occhio, per una gamba schiacciata. Un operaio con tre dita in meno, a Ferrata, è un uomo che è stato pagato tre volte, e non sempre per intero.
Le pene sono dure e pratiche. Chi ruba minerale, attrezzi o lampade scende per un anno nei pozzi più bassi senza paga; chi ruba di nuovo ci resta. Chi vende armi senza marchio perde la mano destra. Per l’omicidio si paga il sangue alla famiglia del morto, secondo un prezzo che il Placito ha fissato e che i parenti accettano quasi sempre, perché la vendetta, fra le valli, è considerata uno spreco di braccia. Nelle valli più alte sopravvive la prova del ferro: chi giura il falso deve portare in mano un ferro rovente per tre passi, e la piaga si guarda dopo tre giorni. I preti la condannano, i Re la tollerano, e i giurati la usano soprattutto per spaventare.
A Ferrata lavorano anche i condannati: uomini che i tribunali di altri Regni mandano «al metallo» invece che al patibolo, e che la Corona compra a tanto per testa. Scendono nei pozzi più pericolosi, portano un collare di ferro e non si mescolano ai minatori liberi, che li disprezzano più di quanto disprezzino i preti.
Economia
Ferro, carbone, zolfo e armi: questo è tutto, e basta a rendere Ferrata indispensabile a chiunque voglia fare la guerra. Il Regno vende la propria produzione in tutto il Continente; alla Chiesa la consegna a prezzo calmierato. Il ferro di Ferrata è prodotto con polmoni bruciati e mani mutilate, e i minatori lo sanno meglio di chiunque altro.
«Dalle officine sotterranee saliva il ritmo incessante dei martelli: il battito del cuore del regno.»
Le miniere. Il minerale si cava in pozzi verticali e in gallerie orizzontali che seguono le vene, puntellate con travi di larice, prosciugate da ruote e da catene di secchi, aerate da camini che fumano sui fianchi dei monti come piccoli vulcani. Si lavora a squadre di otto o dieci uomini, con picconi, cunei e fuoco: si accende un rogo contro la parete, si getta acqua fredda sulla roccia rovente e la si spacca. È un modo di scavare che risale all’Impero e che uccide un uomo ogni tanto per il fumo. Il carbone di pietra dell’Atravalle e il carbone di legna dei boschi alimentano le fonderie, lo zolfo di Brennacum si raffina in pani gialli e si vende soprattutto al Sud.
Le fucine. Il minerale si fonde in forni di pietra alti come due uomini, soffiati da mantici mossi dall’acqua; le spugne di ferro che ne escono si battono sotto i magli finché non diventano barre, e le barre vanno alle fucine. Ogni valle ha la sua specialità. Isarna fa le lame e le corazze migliori; altre valli fanno chiodi a milioni, ferri di cavallo, punte di lancia, catene, ancore per le navi di Solthar, vomeri per gli aratri di Vindelia. I segreti della tempra si tramandano di padre in figlio e di mastro in garzone, a voce, e un fabbro che li insegna a un forestiero perde il diritto al suo marchio.
La terra. Il resto dell’economia è magro. Le valli danno segale, orzo, avena, cavoli e rape, latte, formaggio e lana; le bestie d’estate salgono agli alpeggi. Non basta. Ferrata compra quasi tutto il pane, il sale, l’olio e il vino che consuma, da Solthar e da Vindelia, e un inverno con i passi chiusi troppo a lungo è un inverno di fame. Per questo il Regno dipende dai commerci più di quanto i suoi fabbri amino ammettere.
Il denaro. Ferrata non conia quasi moneta. Nei mercati corrono l’argento di Solthar e i sesterzi di Thalassar, pesati su bilance che i mercanti di Ferrata non lasciano toccare a nessuno. Dentro le valli, però, molti consorzi pagano gli uomini in tessere di pozzo, dischetti di bronzo o di ferro con il segno del consorzio, che valgono soltanto negli spacci del consorzio stesso: pane, birra, lampade, stivali. È per questo che i ferratini pretendono dai forestieri moneta autentica, e la pretendono con una certa ferocia: sanno benissimo che cosa sia una moneta che vale soltanto dove decide chi l’ha battuta. Molte miniere lavorano anche con denaro prestato dalle Case di Solthar, e i capi dei consorzi lo restituiscono bestemmiando.
Commercio
Il ferro di Ferrata scende da tre strade e va dappertutto. Verso oriente, per la strada che scende a Solthar e al mare, partono barre, armi, chiodi, ancore, carbone e zolfo, e risalgono olio, vino, sale, pesce salato, tessuti e viveri; molto del ferro che arriva nei porti del Continente passa per le mani dei mercanti di Solthar, e i ferratini lo sanno e non lo perdonano. Verso settentrione va la strada di Vindelia, che porta punte di lancia e vomeri alle pianure e riporta grano. Verso occidente, attraverso le montagne, la strada delle province di Aeterna, per la quale passano i convogli diretti alla Cittadella.
La Chiesa è il compratore più grande e il più odiato. Da generazioni compra una parte della produzione d’armi del Regno a un prezzo fissato da Aeterna, il prezzo calmierato, più basso di quello che pagherebbe qualunque Re, in nome della difesa della Fede; il resto Ferrata lo vende a chi paga di più. Thalassar compra zolfo e ferro, Caldor compra armi, Vindelia compra tutto quello che riesce a pagare, cioè meno di quanto le servirebbe.
I convogli viaggiano a file di muli e di carri a buoi, con una scorta di guardie dei passi, e si fermano al Nodo, dove si contano i carichi, si paga il pedaggio e si aspetta il permesso del Maestro dei Passi. L’ultima settimana prima che la neve chiuda i valichi, ai piedi del Nodo si tiene la Fiera dell’Autunno, il mercato più grande del Regno: vi salgono mercanti di Solthar, di Vindelia e di Aeterna, si vendono armi e si comprano provviste per l’inverno, e i prezzi del pane salgono di ora in ora mentre il cielo si fa bianco.
Esercito
Ferrata non ha legioni e non le ha mai volute. Ha le guardie dei passi, soldati di mestiere pagati dalla Corona che presidiano le strade, le gole e le torri dei valichi, e scortano i convogli; ha la Guardia dell’Incudine, poche centinaia di uomini scelti fra i figli dei mastri, che custodiscono il Re, la Casa del Marchio e la grande fucina di Isarna; e ha tutti gli altri. In caso di guerra ogni valle manda il suo contingente, e ogni consorzio di pozzo i suoi uomini, armati con quello che hanno in casa, che a Ferrata è parecchio.
Il soldato di Ferrata è il meglio armato del Continente e uno dei meno addestrati. Porta una cotta di maglia che altrove costerebbe un raccolto, un elmo chiuso, uno scudo rotondo cerchiato di ferro e un’arma da lavoro diventata arma da guerra: il martello, l’ascia, il piccone. Combatte a piedi, in file strette, e regge l’urto come una parete di roccia; in campo aperto, contro la cavalleria e le legioni manovriere di Thalassar o di Vindelia, se la caverebbe male, e lo sa. Per questo Ferrata combatte nelle sue gole, dove un uomo con uno scudo vale dieci uomini a cavallo, e dove i nemici devono passare uno alla volta.
I minatori sono anche i migliori genieri del Continente. Sanno scavare sotto le mura di una fortezza, puntellare la galleria con il legno e poi bruciarlo, sanno far crollare una parete di roccia nel punto in cui serve, e sanno farlo in fretta. Ogni assedio importante della Guerra Civile, dicono a Isarna, ha avuto la sua squadra di minatori di Ferrata, pagata da una parte o dall’altra, e qualche volta da tutte e due.
Società
È un popolo di minatori e fabbri, che lavora a turni anche di notte. Al cambio del turno notturno migliaia di lavoratori escono dalle officine coperti di fuliggine. Non hanno l’aria di gente che si inginocchia volentieri.
In cima stanno il Re e i mastri, i maestri fabbri che hanno un marchio proprio e il diritto di batterlo sulle loro opere; un mastro di Isarna vale, a corte, più di qualunque possidente. Accanto a loro ci sono i capi di pozzo, che guidano i consorzi, posseggono le quote delle miniere e i debiti degli uomini. Sotto viene la massa dei minatori liberi, che i ferratini chiamano con orgoglio «gli uomini della vena», i fonditori, i garzoni delle fucine, i mulattieri e i carrettieri dei convogli. Ai margini vivono i carbonai, che stanno nei boschi tutto l’anno a cuocere la legna nelle carbonaie e scendono in città due volte l’anno, neri, barbuti e taciturni; in valle si dice che parlino con gli alberi e che gli alberi rispondano. In fondo a tutto ci sono i condannati con i loro collari.
Nobili, nel senso in cui li intendono a Solthar o a Thalassar, quasi non ce ne sono: qualche famiglia di capi di pozzo arricchiti, qualche discendente di funzionari imperiali che conserva un nome latino e una casa con le finestre di vetro. A Ferrata la nobiltà si misura in cicatrici: le bruciature sugli avambracci, le dita mancanti, la tosse. A Thalmyra si macchiano le dita d’inchiostro per sembrare dotti; a Isarna ho visto un garzone bruciarsi di proposito il dorso della mano sul ferro caldo, la sera prima di chiedere in moglie la figlia di un mastro.
Famiglia e vita privata
Le case di Ferrata sono basse e spesse, di pietra scura a secco, mezze scavate nel fianco del monte per stare al caldo, con i tetti di lastre di pietra o di zolle erbose e una sola stanza grande intorno al focolare. D’inverno le bestie dormono sotto lo stesso tetto, dietro un tramezzo di legno, e scaldano la casa più del fuoco. Le famiglie sono grandi e spesso vivono insieme tre generazioni, perché i vecchi servono a badare ai bambini mentre gli uomini sono sotto e le donne alle laverie del minerale.
Il matrimonio si fa davanti al prete e davanti alla fucina. Lo sposo dà alla sposa un anello di ferro battuto da lui o da suo padre, e la sposa porta in casa la chiave di ferro della cassa di famiglia, che terrà appesa alla cintura per tutta la vita: chi tiene la chiave tiene la casa, e a Ferrata la tengono le donne. La dote si conta in attrezzi, pentole, coperte e bestie. Le vedove dei minatori morti nel pozzo ricevono dal consorzio il pane della vedova, una razione di farina e di birra per un anno; dopo l’anno, si risposano o tornano dai padri. Si risposano quasi sempre, e quasi sempre con un compagno di squadra del marito.
I bambini lavorano presto. A dieci o dodici anni i maschi scendono nei pozzi come portatori di lampade o tiratori di carrelli nei cunicoli troppo bassi per un adulto; le femmine lavorano alle laverie, a separare il minerale buono dalla roccia con le mani nell’acqua gelata. Ogni minatore, il primo giorno in cui scende, riceve la sua medaglia, un piccolo disco di ferro con il suo segno: ogni volta che entra nel pozzo la appende alla tavola dei ganci all’imboccatura, e ogni volta che risale la riprende. A fine turno il capo squadra guarda la tavola. Una medaglia che resta appesa vuol dire un uomo che è rimasto sotto.
Vita quotidiana
A Ferrata non è mai notte e non è mai silenzio. I turni sono tre, annunciati da un corno che suona dalla torre di ciascun pozzo, e le fucine lavorano a ciclo continuo, perché un forno che si spegne si raffredda in un giorno e si riaccende in tre. Al cambio dei turni le strade si riempiono di uomini neri che salgono e di uomini puliti che scendono, e le taverne aprono a qualunque ora, perché per qualcuno è sempre sera.
Dopo il turno si va alle stufe, i bagni di vapore che ogni città di miniera tiene accanto alle fucine, scaldati con il calore dei forni: una stanza di legno piena di vapore, panche, secchi d’acqua gelata e uomini nudi che si picchiano la schiena con rami di betulla per togliersi la polvere. È lì che si discute, si contratta, si decide chi sposa chi e chi deve andare a picchiare chi. Le donne hanno le loro ore, la mattina presto. I preti di Aeterna considerano le stufe un luogo di perdizione; i preti di Ferrata ci vanno il sabato.
D’inverno la vita si chiude nelle valli. I passi sono sbarrati dalla neve, i convogli fermi, e si lavora sotto terra, dove fa più caldo che fuori, mentre sopra si spala la neve dai tetti e si contano le scorte.
Alimentazione
Si mangia per scaldarsi e per reggere il turno. Il pane è scuro, di segale e d’orzo, cotto una volta alla settimana in grandi pagnotte che durano fino alla successiva; il resto della tavola è fatto di zuppe di cavolo e rape, polente d’avena, lardo, salsicce e carne affumicata, formaggi duri degli alpeggi. Il pesce arriva da Solthar, secco o salato, e si ammolla per giorni prima di cucinarlo: i ferratini ne vanno pazzi, e chi non ne ha mai sentito l’odore in una casa chiusa d’inverno non sa che cosa sia la fede.
Si beve birra, d’orzo e di segale, scura e densa, che le donne fanno in casa e le taverne vendono a boccali di legno cerchiati di ferro; il vino arriva da Solthar ed è un lusso da mastri e da preti. I minatori scendono con una cassetta di legno che contiene pane, lardo, una cipolla e un fiasco di birra, e mangiano al buio, dove capita. Il sale, che viene dalle saline di Solthar, è così prezioso che in molte case la saliera si tiene chiusa a chiave insieme al denaro.
Abbigliamento e cultura materiale
I ferratini vestono di lana grossa e di cuoio, in colori che non mostrano lo sporco: grigio, bruno, nero. Gli uomini portano tuniche corte, brache strette alle caviglie, grembiuli di cuoio nelle fucine e mantelli con cappuccio di lana infeltrita che la pioggia non passa; i minatori un berretto di cuoio con un gancio davanti per appendere la lampada. D’inverno pellicce di capra e di pecora, rovesciate. Le donne portano vesti lunghe di lana, un fazzoletto in testa e la chiave della cassa alla cintura, accanto al coltello.
Il ferro è ovunque, perché è l’unica cosa che non manca. Cardini, serrature, pentole, chiodi, fibbie, perfino i gioielli: anelli e braccialetti di ferro battuto, spille, collari ritorti che gli uomini ricevono quando diventano mastri. Ogni mastro porta alla cintura una piastrina di bronzo con il proprio marchio, che vale quanto un sigillo, e ogni uomo, anche quello che non sa scrivere, ha un segno suo con cui firma i contratti e le medaglie. Nei cimiteri le tombe non hanno lapidi di pietra, ma piastre di ferro con il nome battuto a punzone, che arrugginiscono in una generazione: i preti se ne lamentano, ma il nome, nel registro, resta.
Religione
A Ferrata, come ovunque, ci sono cattedrali e preti del Silenzio, e la gente è devota quanto altrove; ma i fabbri sono uomini che giudicano le cose dal peso, e verso i preti di Aeterna non hanno molta pazienza. Il loro Re la dice così: i preti pregano, scrivono bolle e bruciano incenso, ma i soldati mangiano ferro.
La cattedrale di Isarna è una chiesa larga e bassa, nera di fuliggine dentro e fuori, con la porta di ferro battuto più bella che io abbia mai visto, opera di tre generazioni di mastri. I preti di parrocchia sono quasi tutti figli di minatori, parlano la lingua delle valli e benedicono i pozzi nuovi, le fucine e i forni; quelli che vengono da Aeterna, con le vesti troppo pulite, durano di solito un inverno.
Fra le Nove Figure il minatore prega il Profondo prima di scendere dove la luce non arriva, e all’imboccatura di ogni pozzo c’è una nicchia con la sua immagine e una lampada che non si spegne mai; prega Fortuna perché la vena non si esaurisca, Morte perché, se deve venire, venga in fretta. I fabbri d’armi tengono un altare a Guerra, e lo tengono con il pudore di chi sa a che cosa servono le cose che fa. Quando un uomo resta sotto e il corpo non si può recuperare, il prete scrive l’atto di morte all’imboccatura del pozzo, davanti alla squadra, e la medaglia rimasta sulla tavola viene inchiodata alla parete della chiesa, accanto a centinaia di altre. Alcune chiese di Ferrata hanno pareti intere coperte di medaglie.
Ferrata paga la Decima come tutti, e in più vende alla Chiesa le armi a prezzo calmierato. I minatori fanno il conto e trovano che pagano due volte.
Cultura e istruzione
A Ferrata si sa contare molto meglio di quanto si sappia leggere. Quasi nessuno, fuori dai preti, dai saggiatori della Casa del Marchio e dagli scrivani dei consorzi, sa leggere un contratto; ma ogni ragazzo di dodici anni sa stimare il peso di un carico a occhio e calcolare quante tessere gli spettano per un turno. I conti dei pozzi si tengono su bastoni di legno intagliati, spaccati per il lungo, metà al consorzio e metà all’uomo, e nessuno può barare senza che le due metà smettano di combaciare.
Il sapere vero di Ferrata non è scritto. Sta nelle mani dei mastri, nella tempra, nel colore del ferro che dice quando una lama è pronta, nei suoni della roccia che avvertono un minatore prima che una galleria crolli. Si impara stando accanto a chi sa, per anni, e non si insegna ai forestieri. Si canta molto: i canti di fucina servono a tenere il ritmo dei martelli fra due o tre fabbri che battono lo stesso pezzo, e i canti delle valli raccontano di montagne che si muovono, di vene che si spostano di notte e di minatori che hanno scavato troppo in fondo. Gli studiosi di Thalmyra, che ogni tanto salgono a studiare le pietre, tornano a casa convinti che a Ferrata non ci sia cultura. A Ferrata pensano lo stesso di loro, con più ragioni.
Feste e usanze
L’anno di Ferrata comincia quando si aprono i passi. Il giorno del Primo Ferro, in primavera, il Re batte in pubblico, sulla piazza di Isarna, il primo pezzo di ferro della stagione uscito dal forno della Corona, e lo consegna al primo convoglio che parte; il pezzo resterà appeso alla porta della taverna più vicina al Nodo finché non arriva il successivo. Si mangia carne fresca, si beve troppo e si combatte con i martelli di legno nelle piazze, per gioco e qualche volta no.
In pieno inverno c’è la Notte Lunga: sulle cime intorno alle valli si accendono grandi fuochi, che si vedono da una valle all’altra, e si veglia fino all’alba nelle chiese, dove si leggono ad alta voce i nomi dei morti dell’anno. È l’unica notte in cui le fucine abbassano il fuoco senza spegnerlo, e il rumore dei martelli scende tanto che si sente il vento. I vecchi dicono che è per rispetto; i mastri, che è per far riposare i mantici.
Altre usanze: quando un ragazzo scende per la prima volta nel pozzo, la squadra gli annerisce la faccia con la fuliggine della lampada e non gliela lava per tre giorni. Quando un garzone diventa mastro, batte il proprio marchio per la prima volta davanti al Consiglio dei Mastri e riceve il collare ritorto. Quando un pozzo si esaurisce, l’ultima squadra che risale porta con sé una pietra del fondo e la mette sulla soglia della chiesa del villaggio. Nessuno, a Ferrata, entra in una miniera senza toccare la nicchia del Profondo, nemmeno il Re.
Strade, trasporti e comunicazioni
Attraverso le montagne di Ferrata passano le antiche strade imperiali, e i suoi passi conducono verso Aeterna e verso i Regni vicini. Sono tre le grandi strade, e si separano al Nodo: una scende a oriente verso Solthar e il mare, una va a settentrione verso le pianure di Vindelia, la terza attraversa le montagne a occidente verso le province di Aeterna. Corrono quasi tutte in gole strette, su massicciate tagliate nella roccia, con ponti imperiali di pietra sui torrenti e in un paio di punti brevi gallerie scavate nella montagna dagli ingegneri dell’Impero, abbastanza alte per un carro e abbastanza strette perché due carri non si incrocino. Chi le tiene, tiene il Regno; e chi vuole chiuderle, sa dove farlo.
Il resto della rete sono mulattiere, sentieri di carbonai e piste da alpeggio. Le merci viaggiano su file di muli carichi di barre, su carri a buoi dove la strada lo permette e, per un tratto del Kelados, su zattere di tronchi che scendono verso Solthar con il carbone di legna. Ogni passo ha la sua torre di guardia, con un corno e un fuoco per i segnali: dicono che un avviso possa correre da un capo all’altro del Regno in una notte, saltando di cima in cima. I corrieri del Re scendono a Solthar in due giorni. D’inverno, molti villaggi restano isolati per settimane, e nessuno se ne preoccupa: hanno ferro, lardo e birra.
Storia
Prima dell’Impero
Su come sia nato il Regno di Ferrata le mie fonti tacciono. Nelle valli raccontano che il ferro si lavorava fra quelle montagne prima che arrivassero le legioni, e che furono i clan dei fabbri a insegnare agli antichi come si tempra una lama; a Thalmyra rispondono che gli antichi lo sapevano benissimo da soli. Nelle gallerie più vecchie si trovano segni incisi nella roccia che nessuno sa leggere, e i minatori li toccano passando, per fortuna.
Durante l’Impero
Sotto l’Impero le montagne divennero il cuore minerario del Continente. L’Impero controllava direttamente miniere, porti e strade, e le miniere di Ferrata erano fra le più importanti delle Province imperiali: le amministrava un procuratore imperiale da Isarna, le lavoravano uomini liberi, schiavi e condannati mandati «al metallo» da ogni provincia, e il ferro scendeva verso le fabbriche d’armi delle legioni. Gli ingegneri imperiali costruirono allora le strade delle gole, i ponti, le gallerie, i primi grandi canali dei magli. Molte delle miniere oggi in attività sono gallerie imperiali allargate, e i minatori ritrovano ancora, ogni tanto, lucerne di terracotta, attrezzi e ossa di uomini morti in un’altra epoca.
Caduta dell’Impero
Quando l’ultimo Imperatore morì, il ferro non smise di uscire dalla montagna. Durante la Guerra Civile Ferrata vendette armi a tutti: ai pretendenti, alle città, ai governatori, alle compagnie di ventura, e spesso a due eserciti nemici nella stessa stagione. Nessuno riuscì mai a conquistarla davvero, perché le sue gole sono troppo strette e perché a nessuno conveniva uccidere chi gli forgiava le spade. Gli eserciti che ci provarono, dicono a Isarna, trovarono i passi chiusi da frane e i villaggi vuoti, e se ne andarono più poveri di prima. Fu allora che i ferratini impararono il loro mestiere più redditizio: farsi pagare da tutti senza appartenere a nessuno.
Formazione del Regno
Come il procuratore delle miniere sia diventato un Re, o se un Re sia mai stato procuratore, non lo so. A Isarna dicono che il primo Re fu il mastro più forte delle valli, acclamato dal Placito con i martelli sugli scudi perché difendesse le miniere dai compratori troppo insistenti; i preti dicono che fu un funzionario imperiale; i minatori dicono che non importa. Da allora il Re è il padrone della montagna e il primo dei mastri, e ogni nuovo Re, il giorno in cui il Placito lo acclama, batte con le proprie mani un pezzo di ferro sull’incudine della Corona davanti a tutti. Se il ferro esce storto, si dice, il regno sarà breve. Nessuno ricorda un ferro uscito storto.
Età dei Regni
So soltanto che, quando l’Orda premeva sul Nord, Domitius offrì alla Cittadella ferro e armi per il Limes, e che quelle offerte rimasero senza risposta.
Ferrata ha firmato l’Armistizio come gli altri Regni, paga la sua parte del tributo per la Sacra Missione di Valdoran, versa la Decima e consegna alla Chiesa la sua quota d’armi a prezzo calmierato. All’inizio dei fatti che racconto le fucine lavorano come sempre, i convogli scendono come sempre e il Re delle Miniere guarda la Cittadella con la pazienza di chi ha già fatto i conti, e non gli tornano.
L’età dei regni
Titus manda a Ferrata un sacerdote con una bolla che pretende l’esclusiva immediata su una larga parte della produzione d’armi del Regno, per la difesa della Fede e della Chiesa; nello stesso giorno arriva il messaggero di Caelorn Varricus. Domitius brucia la bolla nel braciere, accetta l’alleanza con Solthar, ordina di chiudere i passi verso Aeterna, di fermare ogni convoglio d’armi diretto a Sud e di trattenere le merci già pagate finché la Cittadella non riconoscerà a Ferrata e a Solthar il diritto di commerciare liberamente.
«Da oggi Ferrata non vende alla Cittadella neppure un chiodo.»
Nel Patto dell’Oro, del Ferro e del Sangue Ferrata arma gli eserciti e chiude i passi alla Cittadella, in cambio di ferro pagato in moneta autentica. Il manifesto contro Titus raggiunge le fucine durante il cambio del turno notturno. Minatori e fabbri esultano all’idea che il loro ferro non andrà più alla Chiesa a prezzo calmierato, le fucine si fermano per pochi minuti (un silenzio tanto insolito da sembrare più potente del frastuono) e un operaio che ha perso tre dita in una fucina alza il moncherino davanti alla cattedrale e grida che Titus non avrà neppure un chiodo forgiato con il suo sangue. La folla ripete: «Neppure un chiodo!» Il grido scende nelle miniere, viene inciso sopra le porte delle officine e prima del tramonto qualche mercante lo vende già dipinto su piccoli dischi di ferro.
Lo Scisma a Ferrata non è pacifico: un prete che tenta di staccare il manifesto viene colpito alla testa con un martello e lasciato a sanguinare sui gradini, e nessuno sa, o vuole, indicare chi ha sferrato il colpo. Da quel giorno il fabbro di Ferrata non pensa più alla spada come a un’arma destinata a qualunque esercito benedetto dalla Cittadella. Il Disertore, da una locanda a Ovest, sente che a Ferrata i martelli lavorano anche di notte.
Rapporti con gli altri Regni
Aeterna e la Chiesa. Il cliente più grande e il più detestato. La Cittadella compra armi a prezzo calmierato, incassa la Decima e manda preti con le vesti pulite a spiegare ai minatori il valore dell’obbedienza. Ferrata obbedisce, consegna e conta. Il confine occidentale, verso le province di Aeterna, è quello che i ferratini sorvegliano con più attenzione, e non per paura dei soldati: la Chiesa non ne ha, ma ha qualcosa di peggio, il diritto di dire quale ferro è benedetto.
Solthar. Il vicino di valle e il socio indispensabile. Solthar porta il pane, il sale, l’olio e il denaro, e si porta via il ferro per rivenderlo per mare a un prezzo che a Isarna considerano un furto. I ferratini disprezzano i banchieri di Thalmyra come uomini che non hanno mai sollevato niente di più pesante di una penna; i banchieri considerano i ferratini clienti che pagano in ritardo. Ognuno dei due, in un inverno cattivo, è il primo che l’altro va a trovare.
Vindelia. Il granaio del Nord. Vindelia compra punte di lancia, corazze e vomeri e paga in grano, e le sue Legioni sono armate in buona parte con ferro di Ferrata, anche quando le corazze sono state riparate più volte di quanto sarebbe prudente. I ferratini rispettano i soldati di Vindelia, perché sanno marciare, e compatiscono il loro Re, perché paga i preti prima dei soldati.
Thalassar. Lontana e ricca, compra zolfo e ferro e paga bene, con sesterzi pesanti. A Isarna non la amano e non la temono: per arrivare fino alle gole di Ferrata, le legioni dei Serakh dovrebbero prima passare per qualcun altro.
Valdoran e il Nord. Ferrata paga il suo tributo per il Limes e ha offerto più di una volta ferro e armi per le fortificazioni del Nord, senza ottenere risposta. Al Nord, sul Limes, le nostre punte di lancia arrivavano da Ferrata passando per tre mani e due ricarichi, e ogni mano ci guadagnava qualcosa.
Caldor e gli altri. Caldor compra armi quando ha denaro e le pretende a credito quando non ne ha, e per questo a Isarna i suoi mercanti trovano chiusi più cancelli degli altri. Verso Sud c’è la Foresta di Umbra. Dalla parte della Foresta le gallerie imperiali sono abbandonate dalla caduta dell’Impero, e i minatori non scavano in quella direzione per nessuna paga. Mi hanno detto che lì sotto la roccia è troppo silenziosa. Da un minatore di Ferrata, è la cosa più spaventosa che si possa dire di un posto.
Note del Disertore
Ho conosciuto uomini di Ferrata in molti posti: nelle squadre di genieri dei castra, nelle taverne del Centro, una volta perfino sul Limes, dove un fabbro di Isarna aggiustava le nostre lame in cambio di birra e bestemmiava contro i preti con un’eleganza che non ho più sentito. Ne ho ricavato un’impressione sola, e la scrivo: Ferrata è l’unico Regno del Continente che sa esattamente quanto vale. Non quanto vale per la Chiesa, che la paga a prezzo calmierato, né quanto vale per i banchieri, che la rivendono a peso: quanto vale il ferro che esce da lì sotto, in dita, in polmoni e in anni.
Questo la rende pericolosa in un modo che i Re delle pianure non capiscono. Un regno di contadini si può affamare, un regno di mercanti si può spaventare, un regno di soldati si può sconfiggere. Un regno di minatori si chiude nelle sue gole, accende i forni e aspetta, e intanto continua a fare l’unica cosa di cui tutti hanno bisogno. Chi vuole fare la guerra deve passare da Isarna, prima o poi, a comprare le spade. E a Isarna se ne ricordano.
Il suo difetto è lo stesso dei suoi forni: non può fermarsi. Ferrata non mangia se non vende, e non vende se le strade sono chiuse. Il giorno in cui le tre strade del Nodo saranno chiuse tutte insieme, per sua scelta o per scelta d’altri, scopriremo se il ferro si può mangiare. Io ho visto uomini provarci, durante gli assedi. Non è nutriente.
