Vindelia

Informazioni

CampoValore
TipoRegno
CapitaleLa Capitale, nata da un antico castrum
SovranoRe Cassander
EredeGiulio, Principe ereditario
ConfiniValdoran a Nord; Solthar, Ferrata e i territori di Aeterna; un breve tratto di costa a oriente
TerritorioPianure, colline a meridione verso i passi di Ferrata
Fiume principaleL’Arvena
RisorseGrano, orzo, lino, lana, uomini
GovernoMonarchia consacrata dalla Chiesa del Silenzio; governatori nei distretti
EsercitoEsercito di leva; Legioni numerate
FedeChiesa del Silenzio
Prima apparizioneL’età dei regni

Vindelia è un Regno del centro di Aeterra, posto a Sud di Valdoran e stretto tra Solthar, Ferrata e i territori di Aeterna. Possiede alcune delle pianure più fertili del Continente, che proseguono senza interruzione in quelle di Valdoran, e una popolazione molto numerosa. Ha uno degli eserciti di leva più grandi di Aeterra.

Eppure è il riassunto visibile della stagnazione del Continente. Le guerre civili e le Decime ecclesiastiche ne hanno consumato il peso economico e politico: i raccolti riempiono i granai, ma una parte crescente parte per altre destinazioni; gli uomini vengono addestrati, ma le armi migliori finiscono negli eserciti decisi dalla Cittadella.

«Vindelia forniva grano e soldati a un Continente che le restituiva soltanto ordini.»

All’inizio di questa storia vi regna il vecchio Re Cassander, fedele alla Chiesa del Silenzio fino all’ultimo respiro; accanto a lui c’è il figlio Giulio, Principe ereditario, cresciuto tra le Legioni dei confini.

Geografia e territorio

Vindelia è terra di pianura, e chi viene dal Nord se ne accorge prima con le gambe che con gli occhi: per giorni la strada non sale e non scende, i campi arrivano fino all’orizzonte e l’unica cosa più alta di un uomo a cavallo è il campanile del villaggio successivo. La terra è scura, grassa, senza sassi; si lavora bene e si impantana meglio. Le campagne sono abbastanza ricche da far gola ai vicini: al Nord, quando Severian chiama a raccolta i Duci e qualcuno gli fa notare che senza contadini non ci sarà grano per l’inverno, il Re di Valdoran risponde che se mancherà il grano lo prenderanno «a Caldor o nelle campagne di Vindelia». Così ragionano i vicini di un granaio.

I fiumi. La pianura è attraversata da fiumi lenti, larghi e torbidi, che scendono dalle colline meridionali e piegano verso oriente. Il più grande è l’Arvena, che i vecchi chiamano «il fiume dei campi»: non ha cascate né gole, soltanto anse, isolotti di ghiaia, canneti e mulini. In primavera esce dagli argini quasi ogni anno, e gli argini stessi sono opera della leva: i ragazzi che non hanno ancora l’età per la Legione passano un mese all’anno a portare terra e fascine, e imparano lì, prima ancora che in piazza d’armi, a lavorare in fila.

I confini. A Nord non c’è un confine che si possa vedere. Le pianure di Vindelia continuano in quelle di Valdoran, e la frontiera è segnata da cippi, da un vecchio fossato imperiale che in certi tratti è diventato un canale di scolo e da qualche torre di guardia; a nord-ovest la pianura si rompe nelle prime valli meridionali di Valdoran, oltre le quali comincia la terra contesa con Caldor. A meridione il terreno sale in colline basse, coperte di querce, vigne magre e pascoli, che diventano le montagne di Ferrata e i suoi passi. A occidente le campagne si fanno via via più vuote fino a confondersi con le terre della Capitale santa, dove molti campi sono tornati palude. A oriente, infine, Vindelia tocca il mare con un breve tratto di costa bassa, fatta di dune, lagune e acquitrini salmastri, con pochi approdi sicuri, qualche villaggio di pescatori e le guarnigioni e gli arsenali che il Regno vi tiene da generazioni.

Clima e boschi. Le estati sono calde e polverose, gli autunni pieni di nebbia, gli inverni freddi ma con meno neve che al Nord. I boschi sono pochi, perché un esercito di leva consuma legna come una fornace. Restano siepi, filari di pioppi lungo i canali e le querce delle colline meridionali, da cui viene il legno duro con cui si costruisce la Capitale.

Popolazione e insediamenti

Vindelia è popolosa. Quanto, non lo so dire: nessuno mi ha mai mostrato un censimento, e chi lo possiede, cioè gli ufficiali della leva e i preti, non ha alcuna intenzione di mostrarlo a un disertore. So che dopo Thalassar nessuno ha più uomini da armare, e che in pianura si cammina raramente più di un’ora senza incontrare un villaggio.

I villaggi. Sono costruiti quasi tutti allo stesso modo, e chi ne ha visto uno li ha visti tutti: una strada diritta, una seconda strada che la incrocia, al centro una piazza di terra battuta, abbastanza grande da schierarvi gli uomini del villaggio su quattro file, e intorno la chiesa, il granaio e la casa del capovillaggio. Le case sono basse, di mattoni crudi o cotti sopra uno zoccolo di pietra, con il tetto di coppi o di paglia e il cortile chiuso sul retro. Il granaio sta sempre su pilastri, per i topi e per le piene.

Le città. Le città vere sono poche e sono quasi tutte figlie di un accampamento: i loro nomi, le loro porte e il disegno delle loro strade vengono dalle fortezze dell’Impero. In ciascuna risiede un governatore, con la sua guarnigione, il suo granaio regio e il suo tribunale.

La Capitale. È un’enorme caserma a cielo aperto, costruita in mattoni rossi e legno duro secondo la geometria di un antico castrum che nei secoli si è gonfiato fino a diventare una città. Le strade sono diritte, le piazze non hanno giardini né statue ma spianate di terra battuta, persino i mercati sono disposti in file regolari, e le campane scandiscono i turni di lavoro come segnali militari. Il nucleo antico conserva il rettangolo dell’accampamento: due grandi vie che si incrociano ad angolo retto, la Via Pretoria e la Via Principale, e quattro porte, una per ogni lato. All’incrocio sorge il Palazzo, nato dal vecchio quartier generale della legione, con la sala delle udienze, le ali residenziali, i giardini interni e una piccola cappella della famiglia reale. Intorno al rettangolo, quando le mura imperiali non bastarono più, la città ha continuato a crescere secondo le stesse linee, come se nessuno avesse avuto il coraggio di tracciare una strada storta: caserme, granai, botteghe, forni, e più fuori i quartieri dei poveri. Il fossato del vecchio accampamento non è stato colmato; è diventato un canale, e lungo le sue rive si tiene il mercato del bestiame.

Governo e amministrazione

Vindelia è una monarchia, e una monarchia consacrata: il Re riceve la corona davanti al Silenzio, nella cattedrale della Capitale, e da quel momento, per la Chiesa e per buona parte dei suoi sudditi, la sua autorità non viene soltanto dalla spada. Cassander porta la corona da più di trent’anni. Il simbolo del potere reale è un pesante anello, che il Re porta al dito; nelle occasioni militari il Re indossa il mantello dei Re di Vindelia, che è un mantello da campo, non da cerimonia.

Il Re governa con la corte, i generali e i comandanti delle Legioni, che nella sala delle udienze stanno disposti lungo le pareti. La sala delle udienze della Capitale somiglia a una grande tenda militare più che al palazzo di un sovrano: pareti spoglie, qualche mappa scolorita delle antiche province imperiali, sul pavimento le linee tracciate per disporre in ordine delegazioni e ufficiali, e un trono di legno. Mi hanno detto che quelle linee vengono ridipinte ogni primavera, con la stessa cura con cui altrove si restaurano gli affreschi.

I distretti. Il Regno è diviso in distretti che la gente chiama ancora con la parola imperiale, pagi. Ogni distretto ha un governatore nominato dal Re, quasi sempre un ufficiale anziano o un nobile con una lunga carriera nelle Legioni, che risiede nella città principale e risponde di tre cose: la leva, il granaio e l’ordine. Accanto a lui siede un magistrato per le cause civili e penali. Sotto i governatori stanno i capivillaggio, scelti fra i veterani, che tengono la lista degli uomini abili e la chiave del granaio comune.

Gli ispettori. Una volta all’anno, dopo il raccolto, il Re manda per i distretti i suoi ispettori, che viaggiano sempre in coppia: un ufficiale e un sacerdote. L’ufficiale conta gli uomini, le armi e i cavalli; il sacerdote confronta le liste della leva con i registri delle parrocchie, perché un ragazzo che risulta nato al battesimo e non risulta arruolato è un ragazzo che qualcuno sta nascondendo.

La leva come amministrazione. A Vindelia la leva non è un ufficio fra gli altri: è l’ossatura dello Stato. Il registro della parrocchia e la matricola della Legione sono il catasto più preciso che il Regno possieda, e chi vuole sapere quante famiglie vivono in un villaggio non chiede al governatore: chiede al centurione.

Legge e giustizia

La legge di Vindelia è un impasto di tre cose: i compendi del diritto imperiale, che i magistrati citano a memoria e applicano quando conviene; gli editti dei Re, scritti in una lingua imperiale da caserma e affissi alle porte dei granai; e le consuetudini dei villaggi, che nessuno ha mai messo per iscritto e tutti conoscono.

Soldati e civili. I soldati rispondono alla legge militare, che è breve e severa. Chi abbandona il proprio posto, chi rifiuta un ordine, chi ruba alle razioni dei compagni viene processato davanti ai suoi ufficiali, e le pene vanno dalla frusta all’impiccagione. Il disertore, quando lo prendono, viene impiccato davanti alla sua centuria; la sua famiglia perde il lotto di terra che spettava al soldato. Ne parlo con una certa competenza professionale, e preferisco non aggiungere altro.

Il giuramento dei dodici. Nei villaggi le liti minori si risolvono davanti all’altare della parrocchia. Chi è accusato di un furto o di uno spostamento di cippi può discolparsi giurando sul Monumentum dei propri morti, ma il suo giuramento non basta: deve trovare dodici vicini, uomini che hanno servito, disposti a giurare con lui. Se ne trova dodici è innocente; se ne trova meno, paga. La procedura non accerta la verità, ma quanti amici ha un uomo, il che in un villaggio è quasi la stessa cosa.

La composizione. Per le ferite e le offese esiste una tariffa: tanto per un dente, tanto per un dito, tanto per un occhio, pagabile in monete o, più spesso, in moggi di grano. La mano destra di un uomo in età di leva vale più di quella di un vecchio, perché il Regno, che fissa la tariffa, sa benissimo chi perde quando un coscritto non può più reggere lo scudo.

I tribunali della Chiesa. Matrimoni, eredità, filiazioni e tutto ciò che riguarda i registri vanno davanti ai giudici ecclesiastici, perché le prove stanno nei registri e i registri stanno nelle parrocchie. Nei compendi imperiali esiste perfino una norma, la Clausola Sanguinis, secondo la quale le famiglie che danno un figlio alla leva dovrebbero versare soltanto metà della Decima. A Vindelia nessuno la applica e quasi nessuno la ricorda, il che, in un regno dove quasi ogni famiglia ha un figlio sotto le insegne, è un piccolo capolavoro di dimenticanza.

Economia

Vindelia vive di grano. Frumento nelle terre migliori, orzo e farro in quelle meno grasse, miglio dove l’acqua ristagna, avena per i cavalli delle Legioni; e poi lino, che le donne filano d’inverno, lana di pecore piccole e resistenti, maiali allevati nei querceti delle colline, buoi da tiro. L’aratro di Vindelia è pesante, con il vomere di ferro e quattro buoi davanti, e vale da solo più della casa del contadino che lo usa: per questo, in molti villaggi, gli aratri sono del granaio comune e si usano a turno.

I campi. Le campagne conservano ancora la divisione dell’Impero: un reticolo di quadrati regolari, delimitati da strade di campagna, fossi e cippi di pietra con numeri incisi, che i geometri imperiali tracciarono per assegnare la terra ai veterani. Molti di quei quadrati sono stati divisi, accorpati, venduti e rivenduti, ma le linee restano, e un contadino di Vindelia sa dire a quale quadrato appartiene il suo campo come un soldato sa dire a quale centuria appartiene.

I granai. I raccolti finiscono in tre generi di granai. Ci sono quelli dei villaggi, che servono per la semina e per l’inverno; quelli regi, nelle città dei governatori, che nutrono le Legioni; e quelli della Chiesa, che possiede nel Regno granai propri, chiusi con i sigilli della Cittadella. Per generazioni una parte del raccolto e del denaro è partita verso Aeterna sotto forma di Decime, destinata alle necessità della Chiesa e alle guerre combattute da altri Regni.

Le tasse. Il contadino di Vindelia paga tre volte. Paga al Re l’annona, in natura, misurata con il moggio regio, che porta impresso il sigillo dell’anello; paga alla Chiesa la Decima, attraverso il parroco; e paga alla Legione con i figli. La moneta circola poco: le paghe dei soldati sono in parte in grano, i debiti si contano in moggi, e nei villaggi più lontani ho visto comprare un paio di calzari con un sacco di orzo.

I mestieri. Lungo i fiumi lavorano le fornaci dei mattoni, che sono la vera industria del Regno: ogni città di Vindelia è rossa, e in certe stagioni l’aria sopra le fornaci lo è altrettanto. Il ferro, invece, è poco e caro, e quello che c’è viene da Ferrata.

Commercio

Il grano di Vindelia prende quattro strade. Va verso Aeterna, sotto forma di Decima e di vendite ai granai della Chiesa, che lo pagano poco e lo pagano tardi. Va verso Ferrata, dove i minatori mangiano pane fatto con la farina delle pianure, e dove i fabbri vorrebbero vendere in cambio il ferro che a Vindelia manca, se le armi migliori non fossero già promesse agli eserciti decisi dalla Cittadella. Va verso Solthar, i cui mercanti salgono ogni autunno a comprare grano e lana e lasciano in cambio sale, olio, stoffe tinte, spezie e prestiti. E va, nelle annate cattive, verso Valdoran, che ne compra quando può e ne prende quando non può.

I mercati sono, come tutto il resto, disposti in file: i banchi del grano da una parte, quelli del bestiame lungo il canale, le stoffe e il sale sotto i portici. Dopo il raccolto, alle porte della Capitale si tiene una fiera di una settimana. Le monete preferite sono quelle di Solthar, perché pesano quello che dicono; le vecchie monete imperiali circolano tosate fino al bordo, e quelle della Chiesa si accettano per rispetto e si spendono in fretta.

Il commercio per mare è piccolo. Dagli approdi della costa orientale partono barche di pesce salato e sale delle lagune; qualche nave di Solthar vi scarica merci per risparmiare la strada dei passi.

Esercito

L’esercito di Vindelia è un esercito di leva, e la leva comincia presto. I ragazzi vengono addestrati fin dall’infanzia nelle formazioni dell’antica fanteria imperiale: imparano a tenere la linea prima ancora di conoscere le lettere, e vengono puniti se lasciano tra due scudi uno spazio abbastanza largo da farci passare una lama. Caelorn Varricus lo dice con la franchezza di chi compra:

«Dopo Thalassar, nessuno ha più uomini da armare di Vindelia. Uomini e disciplina.»

Le Legioni. Le unità maggiori sono le Legioni numerate, dalla Prima in su (ne parlo alla voce Legioni di Vindelia; per i soldati in genere, alla voce Legionari). Quante siano esattamente non lo so: io ne ho sentite nominare sei, e non giurerei che siano tutte. Ognuna è divisa in coorti, e una coorte di Vindelia conta sulla carta circa seicento uomini, divisi in centurie; sopra le coorti ci sono i comandanti di Legione, sopra i comandanti i generali, sopra i generali il Re. Ogni Legione ha il suo vessillo, custodito nella cattedrale della Capitale quando la Legione è a casa, e il suo distretto di reclutamento.

La matricola e il Campo delle Insegne. Ogni maschio è iscritto due volte: nel registro della parrocchia alla nascita e, a quindici anni, nella matricola della Legione. Ogni primavera, prima della semina, gli uomini di ogni distretto si radunano nel Campo delle Insegne, una grande spianata fuori dalla città del governatore, dove vengono contati, passati in rassegna, assegnati ai reparti e addestrati per qualche settimana; poi una parte torna ai campi e una parte parte per le guarnigioni. Il servizio dura anni, e i ritorni a casa dipendono più dai bisogni dei confini che dal calendario.

I veterani. Chi finisce il servizio riceve una piccola lastra di bronzo con il proprio nome, la Legione e gli anni passati sotto le insegne, che gli dà diritto a un lotto di terra e lo obbliga a rispondere in caso di richiamo. Molte famiglie la appendono sopra il focolare, e in certe case ne ho contate tre, una per generazione.

L’equipaggiamento. Quella macchina da guerra, però, è affamata. Le Legioni vestono calzari bucati, impugnano lance con le punte arrugginite e dividono razioni insufficienti; molti scudi sono riparati con assi di recupero e i cavalli ricevono avena mescolata a paglia, mentre gli ufficiali compilano rapporti in cui le unità risultano perfettamente equipaggiate. Giulio ha visto i suoi uomini dividere una sola punta di lancia tra tre aste. Ho fatto il soldato abbastanza a lungo da sapere che quei rapporti si scrivono in tutti gli eserciti del mondo; a Vindelia, almeno, qualcuno si è preso la briga di andare a controllare.

Cavalleria, genio e arsenali. La cavalleria è poca, perché i cavalli costano e mangiano: qualche squadrone di esploratori e i cavalli degli ufficiali. Il genio, al contrario, è eccellente. In un Regno dove ogni ragazzo ha portato terra sugli argini, scavare un fossato e alzare una palizzata in una notte è un mestiere che tutti conoscono, e un accampamento vindeliano è riconoscibile da lontano perché è sempre perfettamente rettangolare. Le armi si conservano negli arsenali del Regno, i più grandi dei quali stanno a oriente, lontani dalle frontiere più esposte. Il Palazzo ha la sua guardia, scelta fra veterani delle Legioni.

Società

È una società di contadini e di soldati, dove ogni famiglia ha qualcuno sotto le insegne e quasi nessuno ha abbastanza pane. Spesso sono la stessa persona: semina in autunno, si presenta al Campo delle Insegne in primavera e torna, se torna, per la mietitura.

In cima stanno il Re e le famiglie di ufficiali che formano la nobiltà; subito sotto, o accanto, i vescovi e i grandi abati, che a Vindelia sono ricchi di terre e di granai. Poi vengono i veterani, che sono la vera aristocrazia dei villaggi: hanno il bronzo sopra il focolare, il lotto di terra e il diritto di parola. Nelle assemblee di villaggio, infatti, parla soltanto chi ha servito; gli altri ascoltano, e un uomo che ha evitato la leva comprando un sostituto può essere ricco quanto vuole, ma in piazza tace. Poi i contadini liberi, i braccianti, i garzoni delle fornaci. Gli schiavi sono pochi: in un Regno con tanti uomini e così poco denaro, uno schiavo costa più di quanto renda.

I mercanti sono rari e spesso forestieri, soprattutto di Solthar. Li si tollera, li si usa e li si guarda con quel misto di sospetto e di invidia che un soldato riserva a chiunque guadagni senza marciare.

Famiglia e vita privata

La famiglia di Vindelia è larga: nella stessa casa vivono i nonni, i figli sposati, le nuore, i bambini, e in un angolo l’arnese del soldato assente, che nessuno tocca. Ci si sposa presto per le donne e tardi per gli uomini, di solito dopo il primo periodo di servizio, quando il ragazzo torna con un po’ di paga e la certezza di non essere morto. La dote si conta in moggi di grano, in un paio di buoi o in un pezzo di quadrato imperiale.

Le donne, nella pratica, governano la casa e spesso i campi. In tempo di guerra i campi vengono affidati a loro, ai vecchi e ai ragazzi, e a Vindelia il tempo di guerra è quasi sempre.

Nelle case più povere c’è una sola stanza con il focolare in mezzo, un letto per tutti e una cassa per le cose che contano: i fogli della parrocchia, il bronzo del congedo, le lettere, rare, arrivate dalle guarnigioni e lette ad alta voce dal parroco perché quasi nessuno sa farlo da sé. La vita privata, in un Regno dove il centurione sa quanti figli hai prima di tua suocera, è una nozione piuttosto teorica.

Vita quotidiana

La giornata di Vindelia è scandita dalle campane, e le campane suonano come trombe. Nella Capitale e nelle città dei governatori segnano l’inizio e la fine dei turni nelle fornaci, nelle botteghe e nei magazzini, l’apertura e la chiusura delle porte, il cambio delle guardie; nei villaggi chiamano al lavoro, alla preghiera e, la sera, all’esercitazione. Perché la sera, sulla piazza di terra battuta, i ragazzi si allenano: scudi di vimini, bastoni al posto delle lance, un veterano che grida e le madri che guardano dalle porte. Chi passa per un villaggio vindeliano all’ora del tramonto sente il rumore del legno contro il legno prima di sentire i cani.

Di notte, nelle città, c’è il coprifuoco. Le code per il pane, all’inizio di questa storia, sono la cosa più ordinata che io abbia visto in tutto il Continente: la gente si mette in fila da sola, a distanza regolare, come in formazione. Non so se faccia più tenerezza o più paura.

Alimentazione

Si mangia quello che resta dopo l’annona, la Decima e le razioni della Legione, cioè poco. La base è il pane scuro di orzo e farro, il pane bianco di frumento essendo cosa da domeniche e da ufficiali; quando il pane manca, una pappa di farina e acqua cotta nella pentola, con qualche fava, una cipolla, un cavolo, un pezzo di lardo se va bene. Il maiale è la carne dei poveri, e si ammazza una volta all’anno, d’inverno; il bue si mangia soltanto quando muore da sé. Si beve una birra d’orzo leggera e torbida, e nelle colline del Sud un vino così aspro che i soldati lo allungano con l’acqua e lo chiamano posca, come facevano le legioni dell’Impero. In marcia si porta un biscotto di farina cotto due volte, duro abbastanza da rompere un dente e da durare un mese.

All’inizio di questa storia, nei quartieri più poveri della Capitale, molte famiglie hanno ridotto le razioni a una ciotola di farina al giorno.

Abbigliamento e cultura materiale

Si veste di lana e di lino, in colori di terra: bruno, grigio, il rosso spento della robbia, che è anche il colore dei mantelli delle Legioni. Gli uomini portano una tunica corta stretta in vita, brache lunghe e fasce di lana avvolte intorno ai polpacci, un mantello con il cappuccio fermato da una fibbia sulla spalla; le donne una tunica lunga, un grembiule e, in chiesa, un velo. La cintura è il segno del rango: il contadino la porta di cuoio con una fibbia di ferro, il veterano con borchie di bronzo, l’ufficiale con placche lavorate, e un uomo si giudica, a Vindelia, prima dalla cintura che dalla faccia. I nobili vestono come ufficiali, con stoffe migliori.

Il materiale del Regno è il mattone rosso, seguito dal legno di quercia e dalla terracotta. Le cose di valore sono poche e pesanti: l’aratro, l’ascia, lo scudo di famiglia, il bronzo del congedo, la pentola di rame. Del ferro si fa economia, e un chiodo raddrizzato passa di padre in figlio con più cura di una benedizione.

Religione

Il popolo di Vindelia è devoto al Silenzio come il resto del Continente: ci sono cattedrali, parrocchie e Monumenta, e le famiglie desiderano che qualcuno registri la loro esistenza quando moriranno. Il Re stesso è un credente fervente; il suo confessore, Padre Iulianus, è uno dei pochi uomini che possano entrare nelle sue stanze senza farsi annunciare. Nelle campagne più remote il parroco è il tramite fra il villaggio e Aeterna, e a lui si consegna la Decima.

La fede delle Legioni. A Vindelia la fede e la leva sono intrecciate come due fili della stessa corda. Il coscritto giura due volte: alla Legione e davanti al Silenzio, con la mano sul registro della parrocchia, e molti considerano il secondo giuramento più vincolante del primo. Ogni Legione ha i suoi sacerdoti, che la seguono in marcia, benedicono i vessilli e compilano gli atti di morte sul campo; quando un soldato muore lontano, l’atto viene spedito alla sua parrocchia, perché il suo nome non vada perduto. La cattedrale della Capitale sorge dove nel vecchio accampamento stava il sacrario delle insegne, e i vessilli delle Legioni vi sono ancora custoditi, appesi sopra le navate.

Le Figure. Come in ogni chiesa del Continente, gli altari laterali sono dedicati alle Nove Figure. Nelle campagne si prega soprattutto Fertilità, per il raccolto e per i parti; nelle cappelle delle caserme ha il suo altare anche Guerra, e prima di partire per le guarnigioni i soldati vi lasciano una moneta o un pezzo di pane. Fortuna la pregano le madri dei coscritti.

I morti. I civili vengono sepolti nel cimitero della parrocchia, i soldati morti in patria nel cimitero della loro Legione, con il numero della Legione inciso sulla pietra accanto al nome. I membri della Chiesa, come ovunque, vengono cremati.

Cultura e istruzione

Si impara a tenere la linea prima delle lettere, e molti non arrivano mai alle lettere. Le parrocchie insegnano a leggere e a scrivere a chi lo chiede e a chi può permetterselo, e i figli delle famiglie di ufficiali studiano con precettori o nelle scuole dei vescovi, dove si legge il diritto imperiale, si copiano registri e si recitano le vittorie dell’Impero. Nelle caserme quelle vittorie si recitano davvero, come preghiere: le formazioni, le manovre, il nemico spinto contro un fiume.

Il Regno non ha accademie né grandi biblioteche. Ha manuali di tattica imperiale copiati e ricopiati fino a renderli quasi illeggibili e una passione diffusa per la storia militare, che a corte è considerata la sola lettura adatta a un uomo serio. I ragazzi più dotati, se non sono figli di ufficiali, diventano preti; quelli più dotati ancora, si dice, finiscono a studiare a Thalmyra e non tornano più.

Feste e usanze

Il Campo delle Insegne. La festa principale dell’anno coincide con la leva di primavera. Il giorno del raduno il vescovo del distretto benedice insieme i vessilli e le sementi, il governatore legge i nomi della matricola e ogni ragazzo che compie quindici anni risponde «presente» per la prima volta. La sera si balla sulla spianata.

La mietitura e il primo covone. Alla fine della mietitura ogni villaggio porta in processione alla parrocchia il primo covone, intrecciato con nastri rossi, e il parroco lo benedice prima che il grano della Decima venga misurato e caricato sui carri. È una festa allegra con un finale meno allegro, e i contadini lo sanno: si canta finché i carri non partono.

La notte delle liste. In autunno, quando arrivano dalle guarnigioni gli elenchi dei morti dell’anno, il parroco li legge in chiesa, uno per uno, davanti a tutto il villaggio, e per ogni nome si accende una candela. Nessuno parla. È l’unica volta in cui ho visto una chiesa di Vindelia più silenziosa di una caserma.

Altre usanze. Ci si sposa d’inverno, fra il raccolto e la leva, quando gli uomini sono a casa. E nessuno, a Vindelia, lascia mai uno spazio fra sé e chi gli sta accanto: né in chiesa, né in fila per il pane, né a tavola. È un’abitudine che si porta dietro dalla piazza d’armi, e che forestieri come me trovano un po’ soffocante.

Strade, trasporti e comunicazioni

Le antiche vie imperiali attraversano il Regno e lo collegano ai passi di Ferrata e di Solthar, alla costa orientale, alle pianure di Valdoran e ai territori di Aeterna. In pianura corrono diritte per giornate intere, rialzate di un paio di metri sopra i campi perché le piene non le inghiottano, lastricate al centro e sterrate ai lati per i carri pesanti. Le stazioni di posta esistono ancora quasi tutte, e quasi tutte sono diventate caserme, osterie o entrambe le cose.

Lungo le vie, come ovunque, le pietre miliari contano le distanze verso Aeterna e non verso casa: partendo da un villaggio di Vindelia per il mercato accanto, la pietra dice soltanto quanto si è lontani dalla Cittadella.

I ponti e i fiumi. I ponti imperiali di pietra reggono ancora, e dove sono crollati il genio delle Legioni li ha sostituiti con ponti di legno su pali, che vengono rifatti ogni pochi anni. L’Arvena e gli altri fiumi grandi sono navigabili da chiatte piatte che portano grano, mattoni e legna verso valle; risalire controcorrente, con i buoi che tirano dall’argine, richiede il triplo del tempo e la metà della pazienza.

I carri e i corrieri. Il trasporto ordinario è il carro a buoi, lento e inarrestabile. Per le notizie urgenti ci sono i corrieri reali, che cambiano cavallo di stazione in stazione ed entrano nella Capitale da una porta loro, riservata e registrata. Le lettere private viaggiano con i mercanti e con i preti, il che significa che arrivano tardi e lette.

Storia

Prima dell’Impero

Di quello che c’era nelle pianure prima dell’Impero si sa pochissimo. Le cronache imperiali parlano di popoli di contadini e cavalieri, divisi in molte tribù, che coltivavano la pianura, combattevano fra loro e pagavano tributo a chi era abbastanza forte da riscuoterlo; secondo alcuni il nome del Regno viene da uno di quei popoli, secondo altri da una parola imperiale di cui si è perso il senso. Nei campi l’aratro riporta ogni tanto alla luce punte di freccia di bronzo e fibbie di forma strana, che i contadini portano al parroco e il parroco butta nel fiume. Non saprei dire chi dei due abbia ragione.

Durante l’Impero

Vindelia fu provincia dell’Impero, e della sua origine militare porta ancora i segni nelle strade della Capitale e negli ordini delle sue Legioni. Sotto gli Imperatori fu insieme un granaio e un vivaio di soldati: il grano delle pianure partiva verso Aeterna lungo le vie imperiali, e i figli dei contadini andavano a riempire le legioni di mezzo Continente. La Capitale nacque come accampamento permanente di una legione; i geometri imperiali divisero le campagne in quadrati e le assegnarono ai veterani, e da quei veterani discendono, o dicono di discendere, molte famiglie dei villaggi. La matricola, il bronzo del congedo e il Campo delle Insegne vengono da allora.

Caduta dell’Impero

Alla morte dell’ultimo Imperatore, la provincia si trovò con molte legioni, molto grano e nessuno a cui consegnarli. Che cosa accadde nei primi anni lo raccontano in modi diversi a seconda di chi parla. Le cronache del Regno insistono sul fatto che le legioni di Vindelia rimasero in ordine mentre il resto del Continente si sfasciava; quelle di Aeterna, che il governatore della provincia e i comandanti delle legioni chiesero e ottennero la benedizione della Chiesa. Probabilmente sono vere tutte e due le cose, e probabilmente nessuna delle due racconta come andò. Di sicuro le legioni della provincia combatterono per molti padroni, e non sempre per lo stesso.

Formazione del Regno

Da quella confusione uscì una monarchia. Chi fosse il primo Re non lo so: le cronache del Regno lo fanno discendere da un comandante di legione, quelle della Chiesa da un governatore consacrato davanti al Silenzio, e i vecchi delle campagne, quando gliene chiedi, rispondono che un Re è sempre esistito e alzano le spalle. Quello che è certo è il patto su cui il Regno si resse: la Corona garantiva l’ordine, la Chiesa garantiva la Corona, e Vindelia mandava grano e uomini dove la Cittadella diceva che servivano. Per generazioni i suoi Re si considerarono custodi dell’eredità imperiale e membri di una famiglia di Regni sotto la guida morale della Chiesa.

Fu un patto che costò caro. Le guerre civili e le Decime consumarono il peso del Regno: le sue legioni combatterono le guerre di altri, i suoi granai sfamarono eserciti che non erano suoi, e la ricchezza delle pianure passò dalle mani dei contadini a quelle dei preti senza fermarsi nel mezzo.

Età dei Regni

Con l’Armistizio Vindelia tornò a contare i propri uomini e scoprì di averne ancora molti, e di poterne armare pochi. Cassander, salito al trono negli ultimi decenni della Guerra Civile, fu da giovane un Re energico: cavalcava per giorni, dormiva fra i soldati e domava le rivolte delle province senza aspettare l’approvazione della Chiesa. Ma restò sempre fedele all’antico patto con Aeterna, e con gli anni la fedeltà divenne l’unica cosa che gli restava. Se fra le legioni schierate sulle alture di Kasm ci fossero anche le sue, non lo so; con un Re come lui, mi stupirei del contrario.

All’inizio di questa storia il Re è vecchio e malato di tisi, il figlio ha venticinque anni e ha passato i migliori fra quelli sui confini, le Legioni sono affamate e i granai della Chiesa sono pieni.

Rapporti con gli altri Regni

Aeterna e la Chiesa. Il rapporto più importante di Vindelia non è con un Regno ma con la Cittadella. Per generazioni Vindelia è stata la figlia più obbediente della Chiesa, e in cambio ha ricevuto benedizioni, ordini e la promessa di essere ricordata. I territori di Aeterna confinano con il Regno a occidente, e la Capitale santa mangia, in buona parte, pane di Vindelia: è una di quelle dipendenze reciproche in cui soltanto una delle due parti sembra essersene accorta.

Valdoran. Con Valdoran Vindelia condivide le pianure, i fiumi e una certa idea del dovere militare, e poco altro. Da quando l’Armistizio ha imposto a tutti i Regni un tributo per il Limes, Vindelia paga la sua parte con il grano e con la sensazione di pagare due volte. Al Nord la considerano una dispensa.

Caldor. Verso Caldor c’è soltanto diffidenza. A nord-ovest, oltre le valli meridionali di Valdoran, Caldor guarda le pianure altrui come un uomo affamato guarda un forno, e qualche famiglia nobile con terre sul confine intrattiene con la corte di Caldor rapporti che a Palazzo si preferisce non conoscere troppo bene.

Ferrata. Con Ferrata il rapporto è semplice e frustrante: Vindelia ha il pane, Ferrata ha il ferro, e fra i due c’è sempre stata la Cittadella a decidere chi riceveva le armi migliori.

Solthar. Solthar è il creditore. I suoi mercanti comprano il grano, i suoi banchieri prestano denaro alla nobiltà, e i suoi diplomatici parlano a Vindelia con la cortesia leggermente sovrapensiero di chi sa a quanto ammonta il debito.

Thalassar. Thalassar è lontano e troppo grande. Vindelia lo guarda come l’unico Regno con più uomini di lei, e quindi l’unico di cui abbia davvero paura.

Note del Disertore

Ci sono passato due volte, a Vindelia, e tutte e due le volte ho avuto la stessa sensazione: di camminare dentro un esercito che qualcuno ha dimenticato di congedare. Tutto è in fila. I campi, le case, le strade, i banchi del mercato, le persone in coda per il pane.

È il Regno più leale del Continente, e la lealtà è l’unica merce che Vindelia abbia prodotto in quantità superiore al grano. Ho conosciuto soldati vindeliani che dividevano le razioni con me senza che glielo chiedessi e che si sarebbero fatti ammazzare per un ufficiale che non sapeva il loro nome. Sono gli uomini migliori che abbia visto in uniforme, e i più facili da sprecare.

Ai vindeliani hanno insegnato fin da bambini a non lasciare spazio tra due scudi. È un buon insegnamento, in battaglia. Il guaio è che, a forza di stare stretti, non hanno mai avuto lo spazio per guardarsi intorno e chiedersi per chi tenessero la linea.

Il vecchio Re pensa di custodire l’Impero. Io credo che custodisca soprattutto un magazzino. Ma è un magazzino pieno di uomini, e gli uomini, a differenza del grano, prima o poi si accorgono di essere stati messi sotto chiave.