Cassio
Informazioni
Campo Valore Sesso Maschio Titolo Diacono dei Poveri Affiliazione Chiesa del Silenzio Residenza Periferia meridionale di Aeterna Prima apparizione L’età dei regni
Cassio è un sacerdote della Chiesa del Silenzio che regge una parrocchia povera nel quartiere dei Tintori, nella periferia meridionale di Aeterna, dove il fiume rallenta e diventa nero per il fango e per gli scarichi delle concerie. La gente del quartiere lo chiama padre, e più spesso il Diacono dei Poveri: è l’unico uomo disposto a frapporsi tra i loro morti e la cancellazione assoluta. Seppellisce bambini morti di febbre perché nessun medico scende in periferia senza essere pagato in anticipo, compila con la sua grafia stretta e ordinata gli atti di morte che andranno a formare il Monumentum di chi non lascerà altro, fa tracciare una croce a chi non sa firmare.
Nella sua chiesa il tetto perde acqua in tre punti, le panche sono state riparate tante volte che non resta più un’asse originale, e Cassio la preferisce alle sale perfette della Cittadella Imperiale, perché lì dentro nessuno ha abbastanza denaro da nascondere la verità dietro l’oro. Non porta anelli e non vuole genuflessioni: nella sua parrocchia, ripete, la devozione non ha bisogno di rendere più sporche le ginocchia. Conosce di persona Titus, e avrebbe preferito non conoscerlo.
Aspetto
Cassio non è un uomo che attira gli sguardi: ad Aeterna è soltanto un’altra figura grigia fra migliaia di ombre. Non è più giovane, ma è tutt’altro che finito. Il volto è segnato da rughe dovute più alle preoccupazioni che all’età, i capelli sono corti, ricci e color cenere, e il corpo conserva una compattezza asciutta e senza grasso, simile a quella di un vecchio lupo abituato a sopravvivere senza sprecare energie. Gli occhi sono chiari, quasi trasparenti, del colore dell’acqua raccolta nelle fontane dopo la pioggia; non sembrano giudicare, si limitano a osservare, e notano le esitazioni prima delle confessioni e le parole che il suo gregge decide di non pronunciare.
Sono le mani a raccontarne la vita: grandi, nodose, coperte di calli e di vecchie cicatrici, mani da tetti da riparare, panche da spostare e becchini da aiutare, ben diverse da quelle dei preti cresciuti negli scriptoria della Cittadella. Porta una tunica grigia logora, di cui va fiero perché in mezzo alla seta dei Cardinali sembra una macchia di cenere sopra un arazzo, un mantello grigio consumato lungo gli orli e il pesante copricapo sacerdotale nero, circondato da una fascia d’argento ormai opaca.
Sotto la tunica la schiena è una pergamena sulla quale il dolore ha scritto per anni: cicatrici bianche e violacee dalle spalle ai fianchi, segni recenti sopra ferite antiche, che nessuno ha mai visto. E sotto la tunica, accanto alla borsa degli oggetti sacri, tiene un frammento di metallo sottile che non è una reliquia e non appartiene agli strumenti di un sacerdote.
Personalità
Cassio non ha smesso di credere, ed è proprio questo a rendergli insopportabile l’ipocrisia della Chiesa. Crede che una vita onesta valga anche senza statue, che il ricordo debba appartenere al bambino morto di febbre quanto al Pontefice onorato sotto una cupola d’oro, e che nessun sacerdote abbia il diritto di usare l’Oblio come una frusta. Davanti alla madre che gli chiede se l’atto di morte del figlio «basterà», risponde di sì senza esserne certo; non offre parole sul destino o sui disegni del Silenzio, perché il bambino è morto in quanto povero e ogni altra spiegazione sarebbe una bestemmia più grave del dubbio.
Non si illude sui poveri: li ha visti accusarsi a vicenda per un pezzo di pane, vendere le figlie, denunciare i vicini per una stanza meno umida. Non sono migliori dei ricchi. Semplicemente non hanno il tempo né il denaro per costruire un tempio a se stessi, e il loro passaggio non produce statue ma il mondo. Al Mercato della Memoria, dove ogni forma di immortalità ha una tariffa, vede una malattia dell’anima; nei Cardinali che discutono di terre e decime nei corridoi della Cittadella vede i veri eretici. Si domanda quando il Silenzio abbia smesso di essere un rifugio per diventare un tribunale.
Quando si avvicina alla ricchezza sente un ronzio dietro gli occhi, simile all’inizio di un’emicrania, che chiama Rumore: forse esiste, forse è soltanto il disgusto che gli rimbomba nella testa. La sua preghiera più sincera è il dolore. Davanti all’altare laterale di Fortuna, un corvo di legno nero con gli occhi d’onice che spiega le ali sopra una ruota d’argento, si spoglia, si inginocchia e si flagella con un flagello di cuoio annodato che nasconde sotto una pietra dell’altare: nove colpi, non uno di più, uno per ciascuna delle Nove Figure che la Chiesa ha assorbito e svuotato. Non lo fa per espiare peccati comuni né per farsi ammirare, perché il dolore pubblico gli sembra soltanto un altro modo di chiedere di essere guardati. Lo fa per non abituarsi. Prega Fortuna pur sapendo che per la Chiesa è un’emanazione priva di volontà, perché ha bisogno di rivolgersi a qualcosa che la Cittadella non controlli del tutto, e spera che sotto i dogmi sopravviva la Fortuna antica, cieca, ma abbastanza giusta da colpire anche chi si crede intoccabile. Ogni cicatrice, però, gli ricorda anche gli ordini ai quali ha obbedito e gli uomini ai quali ha sorriso pur conoscendone i delitti. Non può accusare la Cittadella senza accusare se stesso.
Prima degli eventi
È cresciuto nei sobborghi di Aeterna, dove da ragazzo ha imparato a muoversi tra vicoli, cortili e passaggi come un topo tra le fondamenta di una casa, per raggiungere la parrocchia senza farsi derubare. Si formò nella Chiesa sotto l’occhio dell’archivista Vaelor, che gli correggeva le preghiere, gli indicava gli errori nei registri e gli posava una coperta sulle spalle quando studiava fino a notte.
Di Lucius Aurelianus sa poco, qualche udienza e qualche lettera pastorale: lo giudica un uomo di carta, un debole, ma uno che ha almeno tentato di essere giusto. Di Titus sa molto di più, e del resto della sua vita (di quegli ordini e di quei sorrisi) all’inizio di questa storia Cassio non parla con nessuno.
Eventi nella saga
L’età dei regni
Il giorno in cui seppellisce un bambino morto di febbre nel cimitero della periferia, la Magna Campana annuncia la morte del Sommo Pontefice Aurelianus. Cassio pensa subito a Titus e mormora una sola parola: «Guerra». Quella notte, nella sua chiesa, si dà i nove colpi davanti al corvo di Fortuna e dice: «Il debito è saldato».
Pochi giorni dopo un messaggero gli porta una convocazione col sigillo argentato del nuovo Pontefice. Nello studio di Titus, un ex archivio militare illuminato da una sola lampada, gli viene mostrato un nome scritto con l’inchiostro rosso delle indagini e delle cancellazioni: VAELOR. Titus gli parla della Clausola Sanguinis, che l’archivista vuole rendere pubblica e che dimezzerebbe la Decima di Guerra per le famiglie dei coscritti, cioè per quasi metà di chi la paga. Cassio la trova giusta, propone di parlare con Vaelor, di rimandare, di applicarla per gradi, di tassare i mercanti; ogni strada è già stata percorsa e chiusa. Infine Titus gli consegna un fascicolo nero dell’Ufficio della Dannazione della Memoria, con un indirizzo, un orario e il suo nome. Vaelor non avrà processo, perché un processo renderebbe pubblica la Clausola. «Ti ho scelto perché so che soffrirai.» Tornando, Cassio guarda una lavandaia china sul canale e capisce che il vero Rumore è la voce con cui un uomo riesce a chiamare necessario il proprio peccato.
La notte lascia il saio grigio in un nascondiglio dietro una conceria. Sotto porta la tunica di seta nera dei Silenti, due fasce di cuoio ai polsi con una Spina sotto ciascun avambraccio, brache larghe tagliate alla maniera delle Sette Isole e il cappello a tesa circolare il cui bordo nasconde un anello di metallo affilatissimo. Il diacono che serve la zuppa ai poveri è reale quanto l’uomo che indossa quella seta: Cassio è uno dei Silenti più anziani ancora in vita, e per anni ha insegnato agli adepti nelle sale senza finestre della Cittadella. Corre sui tetti fino al quartiere degli Scribi ed entra dalla finestra di Vaelor.
Il vecchio lo accoglie con sollievo e gli mostra ciò che ha davvero trovato: non soltanto la Clausola, ma i frammenti dei Diari della Fondazione, dove i Monumenta trattengono una parte dell’essenza dei morti e formano i nodi di una rete costruita per alimentare la Diga. «Non ci limitiamo a venerare i morti. Li usiamo.» Cassio capisce che Titus gli ha mentito, o gli ha detto soltanto ciò che serviva; ma teme che strappare quella menzogna faccia crollare il tetto sotto cui vive il suo gregge, e lo dice: la fede, anche costruita sopra una menzogna, impedisce alla povera gente di impazzire. Il ronzio che lo ha accompagnato in ogni incarico, e che durante l’addestramento gli avevano insegnato a riconoscere come il richiamo dell’Ordine, diventa un boato. Vaelor vede le guaine sotto le fasce, capisce, e non fugge: gli chiede di non chiamare obbedienza ciò che sta per fare e di non usare il suo perdono per trasformare il delitto in sacrificio. Cassio lo abbraccia e gli pianta la Spina nel cuore. «Ti perdono», sussurra il vecchio. «Ma non dovrai mai dimenticare.»
Titus aveva ordinato di distruggere ogni documento. Cassio si porta via i fogli dei Diari, le pagine sulla Diga e una tavoletta con i rimandi d’archivio, poi lascia cadere la candela sulle carte perché nessuno capisca che cosa manca. Sui tetti lo aspettano quattro confratelli. «Titus non lascia testimoni, Cassio.» «Hai visto i documenti. Sei contaminato.» Conosce la loro manovra perché l’ha insegnata lui. Uccide il primo con il proprio cappello lanciato di taglio, che gli torna in mano aprendogli il palmo; al secondo, che gli ha squarciato il fianco sopra le costole, schiaccia la laringe con il palmo, pianta la Spina in un occhio e ne usa il corpo come scudo contro un altro cappello; il terzo gli trapassa la spalla prima che Cassio gli fracassi il cranio contro una gronda di pietra; il quarto, con nel ventre la Spina che Cassio si è strappato dalla spalla e gli ha scagliato contro, prima di precipitare dal parapetto gli spiega la trappola. Titus voleva sapere fin dove arrivava la sua fedeltà: se avesse ucciso senza ascoltare sarebbe tornato vivo alla Cittadella, ma aveva ascoltato.
Allora il ronzio si interrompe, e il vuoto è quasi peggio. Inginocchiato sul tetto, con la casa di Vaelor in fiamme alle spalle, Cassio capisce che la zuppa ha sfamato davvero e che il suo amore per i poveri non appartiene a Titus: la colpa della Cittadella è avergli insegnato che per amarli doveva anche obbedire, mentire e uccidere. Decide di medicarsi, nascondere i documenti, cercare negli archivi i nomi che la Chiesa ha cancellato e aspettare che sia abbastanza fragile da poter essere colpita senza seppellire sotto le macerie il suo gregge. Recupera il cappello scheggiato e sparisce tra i tetti. Non aveva perduto la fede. Aveva perduto il padrone.
La mattina dopo le guardie dicono che Vaelor è morto in un incendio e raccolgono nei vicoli cadaveri vestiti di seta nera. Io ne ho sentiti contare cinque, poi quattro, poi sette; quando la Cittadella ordina di tacere, le cifre crescono da sole. Erano quattro.
Voci correlate
- Chiesa del Silenzio
- Ordine dei Silenti
- Titus
- Vaelor
- Lucius Aurelianus
- Acastus
- Maro
- Helvidius
- Octavianus
- Collegio della Continuità
- Ufficio della Dannazione della Memoria
- Spina
- Aeterna
- Cittadella Imperiale
- Mercato della Memoria
- Fortuna
- Nove Figure
- Monumenta
- Diga
- Fondazione
- Clausola Sanguinis
- Decima di Guerra
- Oblio
- Rumore
- Magna Campana
