Chrysepolis

Informazioni

CampoValore
TipoCittà portuale, capitale
RegnoThalassar
Soprannome«la Perla del Continente»
PosizioneUn’ampia baia protetta da due promontori rocciosi, Akra Leuke e Akra Melaina
QuartieriChrysolophos, la Makra Stoa, Myropoleia, lo Xenikon, la Katopolis
Luoghi notevoliBasileia Thalassar, Arsenale di Chrysepolis, porto interno, porto militare, Emporeion, Eparcheion, porta occidentale
AcquaL’acquedotto detto il Makron; cisterne sotterranee
GovernoDinastia Serakh; il Logoteta in assenza del Re; l’eparca per la città
Prima apparizioneL’età dei regni

Chrysepolis è la capitale di Thalassar, la sede della Dinastia Serakh e il porto della flotta reale. I suoi abitanti la chiamano «la Perla del Continente» e sostengono che sia la seconda città più grande del Continente dopo Aeterna; il conto lo fanno a modo loro, togliendo ad Aeterna i preti e aggiungendo a Chrysepolis marinai di passaggio, schiavi e cadaveri non ancora raccolti dalle strade. Un corsaro delle Sette Isole la chiama, senza ironia, «la città più ricca del mondo».

Io non avevo mai visto tanto oro in vita mia. Oro sulle cupole, sulle porte, sulle statue, sulle insegne delle botteghe e perfino sui collari degli animali da compagnia. Ma la cosa che mi è rimasta addosso è un’altra: qui tutto ha un prezzo, il pane, il vino, la giustizia, il silenzio di una guardia e la memoria di un sacerdote.

«Al Nord, quando un uomo vuole derubarti, di solito ti accoltella. Qui ti invita a cena.»

Descrizione

La città occupa un’ampia baia chiusa da due promontori di roccia. I quartieri ricchi si arrampicano sulle colline in una distesa di terrazze, giardini pensili e tetti colorati; più in basso, verso il porto, le vie si stringono e si affollano di mercati, magazzini e piazze. Sopra tutto, su una collina vicina al mare, brilla il Palazzo Reale, Basileia Thalassar, che si vede da quasi ogni quartiere.

Nei quartieri nobili a ogni incrocio c’è una fontana: mostri marini, antichi Re che calpestano nemici dimenticati, vasche di marmo da cui l’acqua viene lasciata traboccare in strada soltanto per far vedere che Thalassar se lo può permettere. Un mercante considera povera una casa il cui pavimento non contenga almeno qualche tessera di lapislazzuli, e i mendicanti vanno in giro in stracci di seta raccolti dai rifiuti dei palazzi. Le insegne delle taverne del porto mostrano sirene nude, animali marini e volti di antichi Imperatori anneriti dal fumo.

La baia e le mura

I due promontori hanno un nome. A Nord c’è Akra Leuke, il capo bianco, una lingua di calcare su cui sorge la lanterna del porto, una torre imperiale rialzata dai Serakh dove di notte arde un fuoco che si vede dal mare aperto; a Sud c’è Akra Melaina, il capo nero, roccia scura e franosa con una fortezza da cui si sorvegliano le rotte meridionali. Fra i due l’imboccatura della baia è abbastanza larga da far entrare una flotta e abbastanza stretta da farla pagare a chi entra senza permesso.

Dalla terraferma la città è chiusa da una cinta di mura antiche, rinforzata più volte, con torri quadrate e un fossato asciutto che d’estate diventa una discarica. Si entra, tra le altre, dalla porta occidentale, quella da cui rientrano i Principi quando tornano da Aeterna e da cui parte la grande strada verso l’interno; le porte si chiudono al tramonto, e chi arriva dopo dorme nei sobborghi, fra caravanserragli, stalle di cammelli e botteghe di maniscalchi. Verso il mare corrono mura più basse, interrotte dai moli.

I quartieri

Il colle del Palazzo. Basileia occupa da sola una collina, con le sue mura interne, i suoi giardini e i suoi cortili; tutto attorno, a ridosso delle mura del Palazzo, stanno le case delle famiglie che hanno bisogno di essere vicine al Re, e lo pagano in affitti che altrove comprerebbero un villaggio.

Chrysolophos, il colle d’oro, è il quartiere dei ricchi: ammiragli, strateghi in congedo, grandi mercanti, cambiavalute e funzionari arrivati abbastanza in alto da non dover più fingere di essere onesti. Le case salgono a terrazze, con giardini pensili, portici, bagni privati e fontane, e le strade sono lastricate e lavate ogni mattina da squadre di schiavi. È il quartiere in cui si sentono soltanto incenso e cannella.

La Makra Stoa, il Lungo Portico, è la strada maestra della città: un viale coperto da portici su entrambi i lati che scende dalla porta occidentale fino al porto, con botteghe sotto le colonne, statue di antichi sovrani e un paio di piazze dove si leggono i bandi del Re. Sotto i portici si compra di tutto, dal pane alla seta, e si sentono tutte le notizie del Regno, un giorno prima che siano vere.

Myropoleia è il quartiere dei profumieri e dei mercanti di spezie, fra la Makra Stoa e l’Emporeion: vicoli stretti e coperti di tende, odore di resine e di unguenti che si attacca ai vestiti per giorni, botteghe minuscole dove un’oncia di zafferano costa quanto un mulo. Lì vicino stanno i vetrai e i mosaicisti, che lavorano per il Palazzo e per chiunque voglia sembrarne parte.

Lo Xenikon è il quartiere dei mercanti stranieri, alle spalle dei moli dell’Emporeion: magazzini, locande e piccole chiese di gente venuta da Solthar, dalle città del centro e da ogni porto che i Thalassariani considerano abbastanza importante da sorvegliare. Ha un muro proprio, porte proprie e una guardia propria, che chiude il quartiere di notte. Ufficialmente serve a proteggere i forestieri; in pratica serve a sapere dove sono.

La Katopolis, la città bassa, è il nome che a Chrysepolis si dà ai quartieri bassi del porto, e chi ci abita lo pronuncia con meno disprezzo di chi abita sulle colline. Di loro parlo più avanti.

I porti

Il porto è il vero centro. Nel porto interno le vele della flotta reale sono ormeggiate in file tanto ordinate da sembrare parte di un mosaico; c’è un porto militare distinto, dove attraccano i dromoni e dove la folla si ammassa durante le cerimonie per vederli rientrare; e c’è l’arsenale, un quartiere intero chiuso da mura e torri. Sulle banchine si sentono le grida dei marinai, il cigolio delle gru e il rumore delle catene, e si incontrano mercanti di ogni Regno, marinai delle Isole, ambasciatori in vesti troppo pesanti per il clima, schiavi carichi di casse e soldati che fingono di non sorvegliare le conversazioni. L’aria sa di incenso, cannella, pesce, sudore e sterco; nei quartieri nobili, soltanto dei primi due.

Il porto militare si chiude con catene di ferro tese fra due torri, che di notte vengono alzate da argani; quante siano, a Chrysepolis, non lo dice nessuno, e chi lo chiede passa la notte con l’eparca. Il porto mercantile è l’Emporeion, un grande bacino protetto da un molo di pietra imperiale, con la dogana, i magazzini dell’erario e gli uffici dove gli scribi tengono il registro del porto: nessuna nave attracca senza dichiarare nome, carico e provenienza. Un vecchio ufficio doganale, abbandonato da quando la dogana si è spostata in un edificio più grande, è oggi un ammasso di registri marci in cui qualcuno, a volte, lascia le proprie carte. Accanto all’Emporeion c’è il molo del grano, dove scaricano le navi delle province; più lontano, oltre la Katopolis, i moli poveri.

Sui moli più lontani attraccano mercantili, pescherecci e piccoli scafi delle Isole che nessuno controlla con troppa attenzione.

I mercati

Ogni mercanzia ha il suo posto, e i Thalassariani amano dire che nella loro capitale si potrebbe comprare il mondo intero se il mondo accettasse sesterzi. Il mercato del grano si tiene accanto al molo del grano, sotto i portici dei granai del Re, e lì il prezzo del pane si decide ogni mattina sotto gli occhi degli ispettori. Il mercato del pesce sta all’ingresso della Katopolis e si sente prima di vederlo. Le spezie, la seta e i profumi si vendono a Myropoleia e sotto la Makra Stoa; i cambiavalute siedono ai loro banchi davanti alla dogana, con bilance più sensibili della loro coscienza.

C’è poi la Lithagora, la piazza di pietra dietro l’Emporeion, dove si vendono gli schiavi. I lotti vengono esposti su una piattaforma di marmo bianco, con una tavoletta al collo che dice provenienza, età e mestiere; gli acquirenti di riguardo li esaminano in stanze riservate, quelli di poco riguardo direttamente sulla piattaforma. Gli ispettori dei mercati, gli agoranomi, controllano pesi, misure e prezzi, e riscuotono una piccola tassa per ogni banco. Si dice che non abbiano mai trovato una bilancia truccata in un banco che pagasse puntualmente.

Edifici notevoli

Oltre al Palazzo e all’arsenale, la città è piena di edifici che vogliono essere guardati. Sulla piazza principale della Makra Stoa sta l’Eparcheion, il palazzo dell’eparca, con il tribunale cittadino al pianterreno e le prigioni sotto, così vicine che i giudici, si dice, sentono gli imputati confessare mentre pranzano. Le chiese sono molte, troppe per i fedeli e mai abbastanza per le famiglie che vogliono farsi ricordare: la più grande sorge sopra le fondamenta di un tempio imperiale, con una cupola d’oro che dal mare sembra una seconda lanterna, e nella sua cripta stanno i Monumenta di intere generazioni di famiglie nobili. Ci sono bagni pubblici imperiali, ancora in uso; un vecchio teatro dell’Impero trasformato in granaio, con i gradini pieni di sacchi; i granai del Re lungo il porto; la dogana; le caserme delle guardie cittadine accanto alle porte.

Acqua e approvvigionamento

L’acqua arriva dalle colline dell’interno con un acquedotto imperiale a più ordini di arcate che i Thalassariani chiamano il Makron, il Lungo, e che entra in città scavalcando le mura occidentali. Una parte va direttamente alle fontane dei quartieri ricchi e al Palazzo; il resto finisce nelle grandi cisterne sotterranee, sale a volta sorrette da foreste di colonne, dove l’acqua si conserva per l’estate e per gli assedi. La più grande sta sotto il colle del Palazzo, e la custodiscono uomini del Re. Ho calcolato che una sola fontana dei quartieri nobili riversi in un’ora più acqua potabile di quanta un villaggio del Nord ne consumi in un giorno; nella Katopolis, nello stesso tempo, una donna riesce a riempire una brocca, se la fila è corta.

Il pane della capitale viene dal mare. Le navi del grano arrivano dalle province costiere e scaricano al molo del grano; i granai del Re tengono le riserve per gli anni magri, e nei giorni di festa o di malumore si distribuisce ai poveri il «pane del Re», con il serpente impresso sulla crosta, perché nessuno dimentichi chi l’ha offerto. Il legno e il carbone, invece, costano ogni anno di più: il legname va all’arsenale prima che a chiunque altro, e nella Katopolis d’inverno si cucina con lo sterco degli asini.

Amministrazione e sicurezza

La città ha un magistrato proprio, l’eparca, nominato dal Re e sottoposto al logoteta: comanda le guardie cittadine, giudica i reati comuni, sorveglia i mercati attraverso gli agoranomi, tiene il ruolo degli abitanti e risponde del pane, dell’acqua e del fuoco. È la carica più faticosa del Regno, perché quando le cose vanno bene il merito è del Re, e quando vanno male la colpa è dell’eparca.

Le guardie cittadine portano il serpente dorato dei Serakh sul petto e fanno la ronda di giorno; di notte escono le squadre della guardia notturna, con lanterne e campanelli, che chiudono le porte dei quartieri e arrestano chi gira senza motivo, o senza moneta. Il Palazzo ha la propria Guardia Reale, che non risponde all’eparca. I depositi del Fuoco Nero sono custoditi da uomini della flotta, e vicino a quei magazzini è proibito perfino avvicinarsi con una lampada accesa; gli incendi, in una città di tende, travi e magazzini d’olio, sono la paura più antica di Chrysepolis, e ogni quartiere ha i suoi uomini con secchi, uncini e sabbia. Di tutto questo l’eparca risponde, e di tutto questo le guardie si lasciano comprare.

I quartieri bassi del porto sono un’altra città. L’aria lì non si respira, si mastica: pesce marcio, catrame bollente, spezie bruciate per coprire il lezzo, liquami che scorrono a cielo aperto nelle canaline ai bordi delle strade. Si vendono pesce salato, vino annacquato, amuleti, oppio e passaggi clandestini; le prostitute aspettano appoggiate ai muri delle taverne; le guardie cittadine, con il serpente dorato dei Serakh sul petto, guardano altrove per una moneta.

Società e costumi

I modi sono levigati, le voci basse e i vestiti profumati; il locandiere vi chiama fratello e vi offre datteri nel miele, e il giorno dopo scoprite che i datteri non erano offerti e che il sorriso prevedeva una tassa a parte. I Thalassariani, a mio parere, hanno fatto del commercio una religione molto prima che la Chiesa del Silenzio scoprisse di poter vendere preghiere.

I membri della corte non camminano per la città: sfilano, circondati da guardie, servi e uomini che gridano alla folla di spostarsi. Chi si trova sul loro cammino deve chinare il capo e talvolta inginocchiarsi nel fango; un venditore di frutta mi ha raccontato di essere stato frustato per non essersi prostrato abbastanza in fretta davanti a un cugino del Re.

Le donne vanno velate, e più la famiglia è ricca meno volto è concesso loro di mostrare. Le popolane lavorano nei mercati, nelle botteghe e nelle taverne, ma il denaro spesso appartiene al padre o al marito; le nobili possiedono schiave, gioielli e appartamenti interi, ma non possono firmare un contratto, comandare soldati o scegliere chi sposare senza il consenso di un uomo. I Thalassariani chiamano tutto questo protezione. Al Nord almeno abbiamo la decenza di chiamare una catena con il suo nome.

Ricchi e poveri. Chrysepolis è due città che si guardano senza parlarsi. Sulle colline si vive tra marmi, fontane e bagni privati, si cena sdraiati su cuscini ricamati, si fanno lavare le strade dagli schiavi e si va al porto soltanto per le cerimonie, in lettiga. Giù, nella Katopolis, la gente vive in case di quattro o cinque piani di mattoni e travi marce, una famiglia per stanza, con l’acqua sporca gettata dalle finestre e il fuoco acceso sui pianerottoli. Ci vivono marinai, scaricatori, rematori della flotta con le loro famiglie, pescatori, conciatori, venditori ambulanti, prostitute, schiavi fuggiti e uomini che preferiscono non dire che mestiere facciano. I rematori, che sono cittadini liberi e pagati dalla Corona, sono l’aristocrazia del quartiere, e lo fanno sapere.

In mezzo sta una folla di gente che vive dell’una città e dell’altra: scribi, bottegai, mosaicisti, sacerdoti, cuochi, servi delle grandi case che salgono all’alba sulle colline e scendono la sera nei quartieri bassi. La povertà, a Chrysepolis, non è meno dura che altrove, ma è più lucida: i mendicanti vestono seta strappata, le prostitute si coprono il viso di cerussa, i ragazzi del porto si dipingono il nero sugli occhi come le signore di Chrysolophos. È il grande talento della città: fare in modo che persino la miseria rifletta la luce.

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